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Paolo Lagazzi

I COLORI E LE MASCHERE DI UN PITTORE-REGISTA

Da quale quinta del suo teatro Silvio D'Arzo non ci sfugge? Eppure quanti altri artisti del secolo offrono scene cosi' desiderabili, luci cosi' incantate alla nostra sete mai sazia di storie? Ognuno dei quattro grandi racconti di D'Arzo ha una sua dominante ottica: nel senso, vorrei dire, di quel color porpora che Genette legge in "Salammbo'", di quell'incarnato correggesco che lo studioso coglie in "Chartreuse".
Nel "Buon Corsiero" gli argenti e i verdi glissano nei rosa, nei lilla' e nei viola; mentre un'armonia lattea, azzurra, un po' fosforica fa lievitare gli impasti. Irresistibile, quasi mesmerica e' l'eco di Watteau e di Mozart: benche' filtrata "through the looking glass" sogno in un sogno, recita in una recita. In "Essi pensano ad altro", il grigio (della pioggia) e il rosso (del sangue) squillano come le due sole tinte possibili di un paesaggio crudo, duro, ottuso - spigoloso, a suo modo, quanto un "collage" cubista: salvo, poi, sciogliersi nel bianco di stanze vaste, vuote, solenni, come sospese nel nulla - o nel nero di notturni per voci e gatti e un violino. In "Penny Wirton" il Settecento torna come in punta di piedi: non piu' tanto vistoso di galloni e livree quanto un po' liso - come il vestito di un supplente o quello, giallo, di Penny: senza per questo brillar meno di quella magia che nasce anche solo dalle piente e dall'erba, "illuminate qua e la' dalla luna". In "Casa d'altri" la tavolozza del maestro e' quela di un mistico moderno, capace di rifare la dolcezza degli antichi fondi oro (Bassani) a colpi di spatola, a grupi di terre crude (Siciliano) striate tra la ruggine e il viola. Ma come catturare, veramente, in reti di parole questi impasti? Sinuoso e serpentino come il suo funambulo - o come uno dei manieristi supremi - D'Arzo e' un regista consumato del movimento, del fluido: o dell'allusione che elude: o degli specchi: o del paradosso, nessun paesaggio piu' dei suoi vive, in questo senso, di ossimori: sempre in bilico, o in dissolvenza, tra il volto semplice e quello fantastico delle cose; tra gli interni e gli esterni: tra l'infinito e il minimo (come dimenticare - caso estremo del suo mondo di vittime - quella formica pestata da un uomo che "non lo seppe mai"?): tra il fisico e il metafisico...
Forse solo Savinio ha saputo piegare con altrettanta liberta' i fantasmi vischiosi (i sogni, le muse ambigue) del secolo alla sua ironia e alle sue inquietudini; ma (a parte ogni altra differenza) solo darziano e' il senso limpid di una grazia che si bagna dovunque, da tutto traendo stupore e incanto: cosi' come solo darziano e' il senso di una ricchezza tanto nutrita di poverta'.
Questa poverta' e' il premio piu' alto per uno stile che fa del riserbo e dell'"understatement" la sua bandiera. Nulla piu' del necessario e' in questo pittore cosi', in apparenza, votato allo scorcio piu' lungo, alla prospettiva piu' irta di ostacoli. In realta', nessun paesaggio in D'Arzo e' gratuito, o semplicemente descrittivo: tutto nella sua pagina alimenta il ritmo, il gioco, l'ansia, la passione del racconto: tutto in lui ha un senso narrativo. Ma in questa "funzionalita'" di tutti i suoi elementi, mai il testo darziano rinuncia al piacere, al lusso intrinseco a ogni narrazione nemica della linea retta incline al labirinto. Spezzandosi e ricucendosi di continuo, gli intrecci darziani disegnano, in questo senso, arazzi variegati e cangianti come i boschi delle favole, come i giardini inglesi, come il riflesso del tramonto "in placide acque verdi": o allineano veli fragili e arcani sul fondale imprevedibile della vita.

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