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Eraldo Affinati

LE PAROLE DELL'INCANTO: "CASA D'ALTRI E I RACCONTI

Riapriamo "Casa d'altri" ed ecco, come d'incanto, i violetti del tramonto dell'Appennino, di qua il rosso ruggine delle foglie, di la' il fosso del canale, l'erba bagnata, le ombre degli alberi, l'abbaiare dei cani. Alzi gli occhi e vedi una luna furba nell'aria celeste, gia' quasi bianca, qualche picchio d'argento sulle creste dei monti.
Solo un bell'acquerello? Sarebbe l'errore piu' grave: confondere D'Arzo con i prosatori lirici suoi coetanei. Questo proprio no. Se il dettato fosse stato una semplice registrazione impressionista, allora si'. Ma qui c'e' un ritmo strepitoso che non ha uguali, un timbro inconfondibile, come la voce di un cantante famoso (non pensate a Landolfi, non pensate a Fenoglio, non pensate a Savinio): e' tutto un gioco di interruzioni e riprese con scatti e rallentamenti improvvisi. Un'orchestrazione sapiente di luci e ombre, pieni e forti, andanti e allegretti. D'Arzo fa diventare esigente il suo lettore, lo nobilita. Infatti, dopo averlo conosciuto, e' difficile passare ad un altro scrittore, bisogna togliersi la maschera che ci ha regalato: quella comunicazione altamente espressiva, senza essere ridondante, e ricca d'immediatezza popolare, benche' priva di qualsiasi effetto documentaristico, alla quale egli immediatamente ci abitua con il linguaggio denso di echi e risonanze interiori, difficili a dirsi, come avviene nella poesia, che lascia filtrare il dialetto in un tamtam dosato e discreto.
In questo modo cosi' elegante e raffinato, mai laccato, la suggestiva e tuttavia rischiosissima ideazione tematica (una vecchia donna chiede al parroco la dispensa per suicidarsi) acquista le dimensioni di un capolavoro. Sulla carta infatti era talmente pericolosa che Eugenio Montale, ricostruendola, disse: "L'avreste scritto voi un racconto su un argomento simile? Io no". Ma Ezio era capace di slanci sorprendenti: ad esempio, pubblicare due libri a 15 anni.
Oppure riprendiamo i saggi su Conrad, Stevenson, James, Hemingway, il colonello Lawrence e gli altri suoi interlocutori ideali. Torniamo a sognare un'altra volta insieme al ragazzo che li ha scritti. Dentro ci sono le pazze speranze della sua adolescenza sontuosa e randagia, i colori e le illlusioni di una vita inventata. Leggendo quelle pagine dallo stile lucido e trasparente come un cristallo sembra di stargli a fianco, invisibili amici, e vedere anche noi, insieme a lui, le stelle indonesiane delle campagne intorno a Reggio: riconoscere, fra le gente di tutti i giorni, un Bel Ami, un Sorel, un possibile Raskolnikoff; oppure sentirsi Lord Jim, giovani e con il peso nel cuore, o Heyst, piu' adulti ma pronti lo stesso a fuggire in un'isola con la donna di cui siamo innamorati.
Silvio D'Arzo, non c'e' dubbio, e' un caso speciale nella letteratura italiana del Novecento, mettendo da parte, sia chiaro, l'eccentricita' biografica, cioe' biografica, cioe' la piccola leggenda che si porta dietro. Nessuno come lui ha la bacchetta magica nella scrittura. Pensiamo al brevissimo racconto "I morti nelle povere case", con la ruzzolante periodizzazione mentale del protagonista, composto alla ridicola eta' di diciannove anni (e' un'espressione maupassantiana a cui D'Arzo era molto affezionato) che ne annunciava il prodigioso talento. E tutto quel che e' seguito: le emozionanti analogie a fondo perduto di "Essi pensano ad altro", il paesaggio brumoso e shakesperiano di "L'Ostera", i costumi teatrali di "All'insegna del Buon Corsiero", fino alle grandi prove favolistiche del dopoguerra, prima fra tutte "Penny Wirton e sua madre", uno die suoi libri piu' belli e rivelatori: diciotto capitoli che sembrano altrettante scene-stazioni con esiti stevensoniani di straordinaria efficacia.
Chi e' davvero interessato all'arte della scrittura dovrebbe tenere le opere darziane in bella evidenza sullo scaffale e ogni tanto, specie quando il frastuono editoriale diventa assordante, riascoltare il loro suono nitido e pulito, uno dei gesti stilistici piu' originali che ricordiamo, per troppo tempo vergognosamente sottovalutato e trascurato.

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