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Enzo Siciliano, 2004

LA REPUBBLICA, 22 febbraio 2004-03-15

SILVIO D’ARZO. La breve vita infelice di uno scrittore di culto.
Raccolte in un unico volume tutte le opere dell’autore

Il suo vero nome era Ezio Comparoni. Mori' a 32 anni di leucemia.

Ezio Comparoni stava per compiere il trentaduesimo anno quando la leucemia lo uccise il 30 gennaio 1952. Era nato nel 1920 a Reggio Emilia, aveva scritto poesie da ragazzo, aveva firmato racconti e saggi con lo pseudonimo di Silvio D’Arzo (il Monte Universita' di Parma, per la cura di S.Costanzi, E.Orlandini e A.Sebastiani, introduzioni di Alberto Bretoni e Fabrizio Frasnedi, in un volume pubblica oggi tutte le Opere, pagg.LXXXVI-986, euro 37,00: ottima la cronologia).

Lo distingueva una intelligenza acuminata, brillante. Ha rappresentato un mito per chi lo ha conosciuto. Una figura “dolce e fiera, sognatrice e temeraria”, cosi' lo ha ricordato Attilio Bertolucci. Lo conobbe l’anno prima della morte: glielo aveva accompagnato in casa, nella casa di campagna presso Parma, a Baccanelli, un comune amico. “Parlammo di scrittori inglesi e americani di cui aveva scritto, e anche di Maupassant che allora era passato di moda. Li amava in modo particolare, e aveva dedicato loro pagine indimenticabili. Del suo lavoro di scrittore non dicemmo niente. Al ricordo mi sembra ancora assai strano che quel ragazzo dai tratti regolari ma comuni, vestito correttamente (apparteneva a un tempo in cui, come ha detto Barthes, non si portava ancora il vestire “giovane”), niente del suo intenso tormento di scrittore lasciasse affiorare fra le pareti del mio salotto”.

Il tormento, dice Bertolucci, che aveva mosso D'Arzo a scrivere, proprio in quell’ultimo anno di vita, il suo racconto piu' vero, decisivo e memorabile, Casa d’altri. D'Arzo era figlio di padre ignoto. Sua madre, Rosalinda il nome, era cassiera in un cinema di Reggio: faceva le carte ai clienti. Un suo lontano parente, Pietro Comparoni, quando Ezio aveva vent’anni, lo riconobbe all’anagrafe formalmente per figlio. Lui si laureo' a Bologna in glottologia l’anno dopo, nella fretta di liberarsi prima possibile dagli obblighi di studio. Insegnava. L’8 settembre lo aveva sorpreso militare in una caserma di Barletta: i tedeschi lo catturarono insieme ai compagni e fu spedito su una tradotta verso il campo di concentramento. Con un amico sfuggi' alla prigionia, riuscendo a calarsi dal treno nella stazione di Francavilla a Mare. Aveva avuto gia' rapporti con un editore come Vallecchi stampando, l’anno precedente, il suo primo romanzo breve, All’insegna del Buon Corsiero. Aveva gia' pubblicato nel 1935, precoce, un volumetto di versi, quindi alcuni racconti brevi sul Meridiano di Roma.

Dunque, D'Arzo scriveva, e scriveva racconti intingendoli nel color miele della favola; oppure, stregato da Stevenson o da Kipling tentava, felicemente, intrecci d’avventura dove schermare, fondere un’esperienza di vita quanto mai riservata, ma anche deporvi, nel cuore piu' segreto, un sentimento doloroso, l’allarme di un mistero assai simile a una ferita, a un’ulcera che non si puo' rimarginare. Erano avventure sconcertanti: un Settecento di sapore mozartiano fa da scena al Buon Corsiero – locande e locandiere, imbalsamatori e ammaestratori di scimmie, funamboli e fantasmi, esumati anche dalla sua esperienza di studente a Bologna vissuta di sicuro poveramente. Di questo sapeva raccontare D'Arzo con una grazia e una sensuosa percezione (dico anche del romanzo giovanile rimasto postumo Essi pensano ad altro) che non ha riscontri nella narrativa degli anni Quaranta.

Sono stati tentati confronti con esperienze di narratori coevi: alcuni solariani, come Arturo Loria e Alessandro Bonsanti, che lo precedettero di una generazione. Ma sia Loria sia Bonsanti, nelle loro qualita', ebbero il gusto d’una scrittura en artiste, attraversata da lampi alla Magnasco che nulla assomiglia a quella di D'Arzo. Ripeto, e' la sensuosita' a distinguere lo scrittore, specie nelle prove giovanili, dove l’amore per James e per Conrad e' quanto mai esplicito, nel disporre le immagini al fuoco dinamico dell’azione, nello scuotere il senso dei fatti e delle psicologie col brivido di una sofferenza che non si dichiara mai apertamente.

Nelle parole di lui, il disegnarsi anche ambiguo di un personaggio si cristallizza in una spirituale sacralita', in un apparire che e' comunque ricondotto al nucleo duro dell’essere. In Essi pensano ad altro leggiamo: “Aveva un vestito tutto nero, ora che appariva alla luce, e il violino che teneva nella cassa con la destra gli conferiva qualcosa di lontanamente macabro, come in certi giuochi d’ombre e di luci o in certi sogni. Gli occhi erano lucidissimi e ridevano, si' che egli appariva ora fantastico come un fotografo non ancora rassegnato”.

Non pensate che D'Arzo abbia vizi di “realismo magico”: il suo e' realismo puro e semplice, con il pathos che gli affiora per quell’ulcera di cui ho detto. Ed era qualcosa che forse apparteneva alla nascita con il padre ignoto, al forte legame con la madre, a una sofferenza forse erotica mai resa esplicita. E a un rimorso tanto piu' segreto e misterioso quanto piu' intollerabile. Ma D'Arzo e' diventato lo scrittore di culto che e', uno scrittore in apparenza per happy few, per aver inseguito in tutta l’opera quel sottile malessere che rende in attingibile l’esistere di per sé. Questa la sua singolarita': uno scrittore del tutto sbilanciato fuori dei limiti culturali e intellettuali del tempo in cui e' vissuto.

Ho detto che e' autore di un lungo racconto memorabile, Casa d’altri, che a confronto con cio' che lo precede puo' apparire un’anomalia. Sparita la fiaba, sparito il piacere di un’arte combinatoria delicatamente avvelenata di manierismo ma veloce nell’andare, resta, sulla pagina di D'Arzo una secca narrazione investita di tragedia. Una vecchia contadina chiede di morire, e un prete – siamo fra i calanchi dell’Appennino – fa di tutto per salvarla da quel bisogno e disinnescare quella tentazione letale. Non vi riesce. La vecchia si suicida. Il racconto venne stampato postumo in volume (1953) nella biblioteca di Paragone diretta da Roberto Longhi e Anna Banti. Gia' Bassani lo aveva raccolto in un fascicolo di Botteghe Oscure. Nel clima neorealista del tempo ebbe il consenso soltanto di un ristretto gruppo di scrittori: quelli che ho nominato fin qui, e inoltre Moravia, Elsa Morante, Niccolo' Gallo, Vittorio Sereni, Caproni.

D'Arzo narra quella morte, guadagnata in silenzio, di soppiatto e al modo pudico degli animali, come fosse un religioso mistero che brucia tutto intero il mondo attorno a sé. Il riserbo e la mesta dignita' che illuminano la dura scelta della vecchia non rimangono cifrati nei segni della filosofia esistenziale. Che luce morandiana vibra nei colori dell’inverno che vela il paesaggio, che blu, che violetti, che terre crude, dai quali il racconto e' investito. Ma oltre i colori, d’improvviso, ecco sbiancarsi l’ansia per un segreto rimorso, un rimorso cosi' impronunciabile da negare la vita – e non e' nichilismo o disfatta, quanto un cercare nella vita una porzione di altro che sembra irraggiungibile, supremo, tale da coincidere solo con la morte.

Casa d’altri ha la qualita' di un presagio: un’intuizione quanto mai sicura trova concretezza nelle sue pagine. Nell’Italia postbellica, in quel fervore di novita' strutturali che segui' al crollo del fascismo, si potevano leggere direzioni nuove o compiersi anche antiche vicende. Andava in crisi l’omogeneo mondo cattolico che per secoli si era identificato con la civilta' contadina. Le accreditate parole di consolazione per i travagli dell’esistenza perdevano forza persuasiva.

La vecchia di Casa d’altri vive, e vuole morire, in quell’alba fredda. Il suo trascinarsi fra le pietre del paese non conosce altra speranza: alla Chiesa non riesce a chiedere che un paradossale salvacondotto o l’inammissibile viatico al suicidio, unica, risolutoria via di salvezza. Tale il presagio e l’intuizione del racconto – la vita contadina italiana che andava in nero, che inceneriva se stessa come torba. D'Arzo intui' la tragedia che si nascondeva dietro quella cenere, oltre quella dissoluzione. Ma per intuirla, quel ragazzo dai tratti regolari ma comuni lascio' passare al filtro di grandi maestri come James e Conrad la propria originalissima qualita' di narratore.

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