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Giuseppe Marchetti, 2002

Gazzetta di Parma, 30 gennaio 2002

"Tanti nomi per non esserci"

E' trascorso mezzo secolo da quel trenta di gennaio del '52, quando Silvio D'Arzo moriva a Reggio Emilia a trentadue anni. "Morire a trentadue anni" _ si chiedeva Montale _ fu forse da parte di quel giovane "un'ultima manifestazione del suo infallibile e religioso sentimento del tempo?". La domanda e' rimasta ovviamente senza risposta. Eppure, oggi siamo qui a porcela ancora con intatto senso d'angoscia. Il Novecento si stende ormai tutto dietro di noi e le prospettive "storiche" prendono consistenza. Ci fu il caso D'Arzo, ci fu il caso Morselli, ci fu il caso Angelo Fiore, ci fu il caso Cavani, il caso Cacciatore, il caso Campana, il caso Tomasi di Lampedusa. Ci furono e ci sono ancora: sono le vicende di una storia letteraria ricca, avvincente e misteriosa. Ma tuttavia l'avventura di Silvio D'Arzo resta diversa e in qualche modo esemplare. Il suo inizio fu brillante e insolitamente felice, senza le umiliazioni che affliggono tanti esordienti. D'Arzo ha mandato a Vallecchi il manoscritto del Buon Corsiero nel '41 e Vallecchi lo accetta senza esitazioni. Entrare in quel catalogo significa entrare nella storia della nostra narrativa dalla porta grande. Tant'e' che l'anno dopo, l'editore fiorentino accoglie anche il manoscritto dell'Osteria e D'Arzo inaugura cosi' una sorta di stagione propizia e cospicua di progetti e risultati.

Scrivera' i primi brani di Dalle memorie di Androgeo Zurbaran, e poi i saggi sugli scrittori inglesi e i racconti per i ragazzi da affidare, via via che il tempo glielo consentira', a Vallecchi. Quando, nel terribile '43, esce il Buon Corsiero, il ragazzo e' cosi' felice che scrive all'editore: "Per il resto continuero' a rinchiudermi nel mio lavoro, a lavorare giorno per giorno in me stesso". Dunque, sembrava tutto ben avviato; e invece la vicenda si volse in dubbi, esitazioni, perplessita' e rinvii. E quando, nella primavera del '50, D'Arzo manda al suo amico Enrico Vallecchi il manoscritto di Casa d'altri con un nuovo pseudonimo, Sandro Nedi, la sua avventura letteraria e' praticamente finita, si e' inceppata, o addirittura sgretolata pian piano, senza rumori ma irreparabilmente, mentre la malattia che lo condurra' alla morte e' gia' in agguato. Soprattutto, Comparoni D'Arzo Nedi non ha piu' fiducia in se stesso, in quel che scrive e nel progetto di Nostro lunedi', "il romanzo di cinquecento pagine" che vedra' la luce da Vallecchi solo nel 1960 per le cure puntuali e affettuosamente illuminati di Rodolfo Macchioni Jodi. Il caso si chiudeva cosi' entrando comunque nella storia della nostra letteratura novecentesca con il proprio destino misterioso.

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