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Eleonora Lucchetti, 2002

Repubblica, 14 aprile 2002

"Silvio d'Arzo Letteratura e mistero"

''Per arrivare a una piena coscienza di se stessi, c'e' qualcosa come "un secondo giorno", forse anche piu' importante di quello della nascita, che ogni artista (...) e' destinato ad incontrare prima o poi''.

Cosi' Silvio D'Arzo all'anagrafe Ezio Comparoni. Se lo scrittore di Reggio Emilia avesse gia' ricevuto dal cielo il suo "secondo giorno" o le stesse ancora aspettando quando, mezzo secolo fa la morte lo colse, a soli 32 anni, forse non lo sapremo mai. Quel che e' certo e' che nel gennaio del 1952 la sua vita finiva a causa di un male incurabile e incominciava la sua leggenda. Casa d'Altri, il racconto lungo considerato unanimemente il suo capolavoro, usci' postumo quello stesso anno su Botteghe Oscure e, l'anno dopo, in volume dall'editore Sansoni. Nel 1954, sul Corriere della Sera, Eugenio Montale, non esitava a definirlo "un racconto perfetto".

Ci vollero molti anni ancora, pero' perché dalla fama perlopiu' tramandata oralmente, si passasse a una presa d'atto effettiva del valore dello scrittore e si fosse in grado di metabolizzare la sua intera esperienza. Adesso, nel cinquantenario della morte, si moltiplicano le iniziative editoriali: proprio in questi giorni esce dall'editore Nino Aragno un'edizione "filologica" di Casa d'Altri, un'altra e' prevista da Diabasis, che ha in cantiere anche l'edizione di tutte le opere, mentre Bompiani proporra' nei tascabili la ristampa della raccolta l'Aria della Sera, il romanzo giovanile Essi pensano ad altro. A Reggio Emilia entrano nel vivo le celebrazioni darziane: ieri al teatro Valli si e' svolto un convegno curato da Ezio Raimondi ed e' stata aperta una mostra bibliografica presso la biblioteca Panizzi; un secondo convegno introdotto da Cesare Garboli, e' in programma a Castelnovo Monti il 10 e l'11 maggio.

E' dunque arrivato il momento di riaprire il caso D'Arzo. Un caso caratterizzato, innanzitutto, da un percorso di scritture singolare e capace di offrire forti suggestioni "in assenza". Infatti e' come se l'intesa prefazione al romanzo che avrebbe dovuto intitolarsi Nostro lunedi' di Ignoto del XX Secolo, ma anche i racconti brevi nei primi anni '40, e gli stimolanti saggi dedicati a James, Stevenson, Kipling e Conrad, costituissero il prologo per altri e piu' maturi "doni" dell'autore. Eppure anche cosi', persino nelle sue opere imperfette si trova una vitalita' fuori dal comune, non riscontrabile in tante carriere letterarie piu' lunghe e regolari. Singolare e' poi l'atteggiamento di D'Arzo nei confronti della "parola". Per lui, infatti, anche dopo l'immane tragedia della guerra, la letteratura non puo' abdicare al suo ruolo, che e' quello di sondare il mistero: mentre imperava il neorealismo di maniera, con una lucidita' sorprendente e anticipando un tema che sara' a lungo di attualita', D'arzo affermo che non si doveva far vincere i "fatti" sulla poesia.
Del resto nei suoi racconti, come nei libri dell'amatissimo Henry James, non accade quasi nulla. Le prove i scrittura antecedenti alla guerra costituiscono addirittura una sfida continua alla narrazione, pervase come sono da una palese tensione lirica. Cio' che importa e' soprattutto la creazione di una particolare atmosfera: sono descrizioni di scenari teatrali e fiabeschi, come nella locanda veneta "All'insegna Del buon corsiero", o racconti impossibili su luoghi da sogno come la citta' di Si'vilek, ripresa - quasi in senso cinematografico - tra poche case, il fiume e l'osteria che da' il titolo alla novella, popolata da strani personaggi e, come altri racconti , da presenze evanescenti, esseri che vivono tra la terra e il cielo.

C'e' infine la singolarita' della singolarita': Casa d'altri. Narra l'incontro tra un prete vissuto per oltre trent'anni in un paesino tra i monti e una vecchia arrivata li' da poco. Il primo e' rassegnato a un abulico esilio che sembra escludere ormai anche qualsiasi senso del sacro. La seconda lavora e basta, chiusa nel suo mutismo, finché riuscira' a confidare al prete indicibile: il desiderio di darsi la morte. Aveva ragione Eugenio Montale a sostenere che ben pochi avrebbero osato scrivere un racconto su un argomento simile. D'arzo ci riusci' alla perfezione.

Il capolavoro di D'arzo e anche un piccolo rompicapo editoriale, tre redazione diverse, due copie dattiloscritte con varianti autografe, un'edizione postuma curata da Rodolfo Macchioni Jodi per Vallecchi nel 1960 che e' diventata la vulgata del testo in Italia e all'estero. Adesso arriva nelle librerie la prima edizione critica, pubblicata dall'editore Nino Aragno. Il curatore, Stefano Costanzi, giudicando l'edizione vallecchiana " il frutto di un operazione critica arbitraria", la storia compositiva del racconto e sovrappone le diverse stesure. La proposta finale e' che sia piu' corretto tornare, correggendo i semplici errori di battitura, all'ultima versione che D'arzo stesso fu di fatto disposto ad offrire al pubblico, quella uscita da Sansoni nel 1953

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