
"D'Arzo, autore infinito "
Parlano i curatori parmigiani della nuova e piu' completa edizione di "Casa d'altri" (Diabasis)
"Amava giocare su piu' piani"
Ci sono romanzi - "Guerra e pace", la "Recherche", "La camera da letto" - nei quali si vorrebbe passare tutta la vita, come dentro la propria unica, autentica dimora; voler vivere per sempre dentro "Casa d'altri" significa non soltanto scegliere di abitare per sempre in affitto: significa condannarsi a un esilio percorso dall'inquieto clangore delle domande ultime e senza risposta.
"Casa d'altri" e' considerato pressoché all'unanimita' uno dei racconti lunghi (o romanzi brevi) piu' belli del nostro Novecento. Silvio D'Arzo (al secolo Ezio Comparoni) - che se fosse ancora qui con noi avrebbe 82 anni, e sarebbe pertanto lontanissimo dal bel ragazzo dal volto d'attore che le fotografie ci tramandano - lo scrisse e lo riscrisse fino in limine vitae, e al momento della morte, cinquant'anni fa, era probabilmente ancora incerto su quale dovesse esserne la stesura definitiva.
La nuova edizione ("Casa d'altri. Il libro"), che Diabasis ci propone in questi giorni, ha il pregio, per l'appunto, di essere nuova. E' l'unica versione di cui ci sia giunto il manoscritto. Benché non se ne ignorasse l'esistenza, non si sa come - fino ad oggi - la sua importanza era stata messa in secondo piano da quella dei due dattiloscritti rimastici, che hanno dato origine all'edizione Sansoni del 1952/'53 e, poi, a quella ulteriormente scorciata, uscita da Vallecchi nel '60. I curatori Paolo ed Andrea Briganti, padre e figlio entrambi parmigiani, critico letterario e docente di Letteratura italiana presso il nostro ateneo l'uno, insegnante di Letteratura spagnola sempre presso la nostra universita' l'altro, han combinato come meglio non si potrebbe sforzi, intelligenza e sensibilita' filologico-ermeneutica, per far parlare il testo dello scrittore reggiano. Ma nonostante gli assalti di altri darziani eccellenti come Citati, Manganelli, Garboli, Raboni, Pampaloni, Siciliano, Laurenzi, Trevi, Perrella, Affinati, o come i nostri Bertolucci, Squarcia, Marchetti e Lagazzi (cui si deve un testo fondamentale quale "Comparoni e ''l'altro''"), la storia della vecchia Zelinda - che, sullo sfondo pennellato a colpi di colore scabri e violenti di un piccolo paese dell'Appennino, manifesta al Prete narrante la volonta' di farla finita, chiedendogli se in certi casi non possa essere ottenuto uno speciale "permesso" - resta in qualche modo ancora avvolta nel mistero piu' fitto. Che e' poi anche l'ombra, o la luce insondabile, della grande letteratura.
A Paolo e Andrea Briganti abbiamo rivolto alcune domande. Proponiamo una sintesi delle loro risposte.
Questa e' finora l'unica versione manoscritta, e titolata dall'autore, di "Casa d'altri". Ma perché, e in che senso, ritenete sia anche l'unica a poter fare, a pieno titolo, "libro"?
"Anzitutto per come si presenta lo scritto (evitiamo di insistere troppo a definirlo "manoscritto", perché non sarebbe giusto pensare a un brogliaccio). C'e' gia' tutto: frontespizio, occhielli, sommari. Altro che avantesto o cartoni preparatori: questa era una versione gia' pronta per essere portata in tipografia. Ma anche per la lunghezza: che supera anche quella dell'edizione Sansoni, a sua volta piu' ampia - rispetto alla successiva Vallecchi - di un quinto. Ci sono piu' dialoghi, certi personaggi sono stati meglio delineati, c'e' un intero episodio che poi non verra' ripreso mai piu'. D'altronde, l'intenzione darziana di farne un vero e proprio romanzo si ricava anche dal carteggio dell'autore con Vallecchi. Che poi sia stata rifiutato, lo si deve probabilmente al fatto che era troppo avanti sullo spirito dell'epoca: sara' sembrato un romanzo senza azione, senza storia. Mentre invece, nonostante le apparenze, la storia, con tutta la sua suspense, c'e' eccome".
Di recente, nella sua monumentale edizione critica, Stefano Costanzi ha difeso la versione Sansoni come l'unica autentica...
"Poi sara' anche questione di gusti, ma se ci si tiene a un punto di vista strettamente filologico una versione finale non esiste. D'Arzo amava giocare su piu' piani, pensando alle diverse possibili collocazioni (rivista, racconto fra altri racconti, libro a sé) del suo testo. E, certo, anche nella versione Sansoni si notano piccoli interventi che mancano nei dattiloscritti e non si capisce a chi siano dovuti. Dunque, edizione di tutto rispetto; pero'... ''unica autentica'': beh, filologicamente si impone un po' di cautela. Fra l'altro, nei dattiloscritti il titolo manca. E invece e' presente nel manoscritto, tanto che uno degli storici amici di D'Arzo, Giannino Degani, consiglia Sansoni di adottare per la stampa quel medesimo titolo. Ripetiamo: ogni versione (compresa la prima, ed unica pubblicata in vita l'autore, "Io prete e la vecchia Zelinda") ha la propria legittimita'. Ma insomma: a redazioni diverse, funzioni diverse...".
Non pensate pero' che aver allungato il brodo abbia rischiato di compromettere la tensione asciutta, perfetta, del racconto che conoscevamo (gia' Montale, e aveva per le mani la versione del '52/'53, come si e' detto piu' lunga di quella uscita piu' tardi da Vallecchi e poi ripresa da Einaudi, parlava di racconto perfetto)? O, viceversa, non saranno proprio gli "elementi ritardanti" a far si' che la tensione narrativa venga in qualche modo portata al diapason ?
"Il manoscritto, la cui redazione pensiamo risalga alla seconda meta' del '49, offre una diluizione nel senso del romanzo: i personaggi acquistano spessore, si vede e si sente meglio la comunita'. Ma c'e' maggiore suspense a farla lunga o a andare al sodo? A nostro avviso, l'intensita' non cambia, se non di segno: la prima e' una suspense da romanzo, l'altra da inchiesta. E qui, nel capitolo poi cassato, l'episodio della morte nel fiume della vecchia (quale vecchia?) costituisce un colpo di scena, un depistaggio di cui la tensione complessiva non puo' che giovarsi".
Risalta anche in questo "libro", comunque, quel ritmo costituito dai continui decasillabi che voi e Bonfiglioli avete scoperti occultati nella prosa - ritmo, come dite, da "conto" popolare in versi...
"E che forse, la buttiamo li', e' per l'Emilia cio' che l'endecasillabo e' per la Toscana. Puo' darsi che l'anapesto, o comunque il ritmo pari, traduca meglio la nostra cantilena, la nostra ''gnola''".
Senza peraltro indebolire, questo no, il peculiare rovello metafisico, da "giallo esistenziale", proprio del racconto. Cio' che davvero conta sono le incessanti fantasie di avvicinamento del Prete al mistero della vecchia Zelinda. Insomma, piu' di Bernanos, ci senti dentro la triade James, Conrad e Stevenson, che D'Arzo non a caso adorava...
"E non solo loro: D'Arzo era imbevuto di letteratura anglo-americana. E questo, nell'Italia neorealista dell'epoca, lo portava molto, molto avanti e lontano. Quel che dispiace e' che, nonostante tutto, la sua figura resti confinata nei limiti di Reggio Emilia o della Padania. Mentre se c'e' uno scrittore assolutamente non provinciale, assolutamente moderno e capace di anticipare tutto quello che verra' dopo, anche molto dopo, e' proprio lui".
Ma in definitiva, secondo voi, la presente edizione accresce o diminuisce il mistero che incapsula questo piccolo ma autentico capolavoro del nostro Novecento ?
"Intanto fa chiarezza intorno alle carte. E' gia' un buon punto dal quale partire. Pero', quanto piu' si portano alla luce le carte tanto piu' ci si accorge di tutto quello che resta ancora sepolto. E' probabile, molto probabile, che si scopriranno altre cose. Tutte le future, eventuali edizioni ben vengano. Ci auguriamo che il tempo sia galantuomo: almeno piu' di quanto lo e' stato con D'Arzo, che la malattia (una forma di leucemia allora incurabile) ha portato via in poco piu' di due mesi. A novembre non presagiva neppure quello che gli sarebbe successo, a fine gennaio se n'era gia' andato. Senza aver modo di sistemare alcunché. Ma per questo, e per quanto possibile, siamo qui tutti noi...".
DOCUMENTI ITALIANI
Degani, 1952
Luti, 1952
Paul, 1953
Gigli, 1953
Falqui, 1953
Montale, 1954
Bevilacqua, 1959
Citati, 1961
Bruschi, 1961
Fornaciari, 1961
Bassani, 1971
Bertolucci, 1971
Klinkert, 1972
N.M , 1978
Bertolucci, 1978
Lagazzi, 1982
Luzi in Spadoni, 1989
P. Citati, 1995
Guatteri, 2001
Costanzi, 2001
Orlandini, 2001
Panzeri, 2002
Marchetti, 2002
Borgatti, 2002
Lucchetti, 2002
Briganti, 2002
Carnero, 2002
Siciliano 2004
Panzeri 2004
DOCUMENTI STRANIERI
Paul 1953
Citati 1954
Baragiola 1955
Klinkert 1972
Van Dooren 1981
Andries 1981
N.V. 1981
Nord 1982
Botsford 1994
P. Weekly 1995
Carnero 2000
TEATRO
A.L. Lenzi 1989
G.R. 16.3.1989 (1)
G.R. 16.3.1989 (2)
Affinati
Lagazzi