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Emanuela Orlandini, 2001

Palazzo San Vitale
rivista letteraria
n.6 - Sett. 2001

Le Opere. All'insegna del Buon Corsiero e' il romanzo d'esordio di Silvio D'Arzo. S'incontrano per la prima volta un eccentrico scrittore, "la piu' giovane cosa del mondo. O anche la piu' vecchia: chissa'" e uno strano Uomo in viola, il Funambolo, un ritratto camuffato dell'artista che inaugura la sua maschera. Nostro lunedi' e' quello che chiude, o meglio riapre, con i nuovi interrogativi di poetica che suscita e quell'Ignoto che narra, senza piu' maschera. In mezzo i racconti, i romanzi, le poesie, gli incompiuti e tanti dubbi (le carte sparse). Casa d'altri e' il romanzo che piu' lo ricorda. Molto si e' parlato del "racconto lungo", l'interesse ancora vivo per un testo tanto sommerso dal commento forse per la sua mobilita': "e' un'opera assoluta, un cerchio", e' stato detto. E per l'illustre giudizio montaliano . Leggiamo l'importanza della ricostruzione dell'originale perché sotto c'e' una macrostruttura. L'interscambiabilita' di spunti e immagini, abbozzo di capitoli e parti in racconti precedenti, allude ad un racconto che procede per moduli, nel ristretto singolo percorso narrativo e in un progetto globale di scrittura. Il loro valore e senso proprio nell'insistenza della ricorsivita'. Il senso della ripetitivita' e' sempre percorso verso il testo originario, verso il nucleo. La ricerca di uno spazio letterario unitario.
Tra i dimenticati sta Essi pensano ad altro, con la sua indagine verticale nella solitudine umana e il quoziente di ambiguita' linguistica, i singolari effetti di nebbia e sfocato, la lingua balbettante. (Claudio Marazzini parla di "seminatori di dubbio", quel "forse" che prolifera di riga in riga con cadenza ossessiva, e i "credo", "qualche", "m'hanno detto", "quasi"). Il romanzo e' momento decisivo e indispensabile a chiarire le scelte "di officina" contemporanee, e gli ultimi progetti globali, passaggio d'indagine importante tra il primo e il secondo D'Arzo. Oggi vogliamo riesumarlo. Scritto intorno al 1940-42, viene pubblicato soltanto nel 1976, a cura di Paolo Lagazzi, seguito da molte polemiche; alla sua comparsa, subito giudicato "libro immaturo che rimanda alla preistoria", oggi non e' piu' ristampato, l'interesse quasi del tutto spento. Restano ancora molte incertezze: la prima, da chiarire ancora il rapporto con Un ragazzo in citta' che, stando al carteggio con Vallecchi, l'editore avrebbe restituito nel '39 e che rappresenterebbe la fase precedente al romanzo. L'edizione oggi letta e' quella prelevata da Lagazzi dal dattiloscritto di 228 fogli, dai pochi interventi limitati allo scioglimento delle correzioni a penna dello stesso D'Arzo.
Il romanzo. Dalla consapevolezza della propria diversita' i personaggi muovono al suo tentato superamento; il fallimento della comunicazione porta a chiudersi nel proprio monologo, senza speranza di comprensione, un silenzio che talvolta sostituisce una parola depotenziata e debole; la dimostrazione del proprio modo di intendere la vita, "un modo di passare su questa terra", e la richiesta di sacro. E di arte, come linguaggio nuovo e universale, possibile restitutrice del sacro perduto.
Un'umanita' indolente e indifferente sta nel grigiore quotidiano, i gesti sempre identici e forse privi di senso, sul capo,

il cielo d'un color morto e compatto d'alluminio[...] malinconico come gli sbadigli e l'acqua delle pozzanghere .

La vita e' lasciata scivolare via, con "indifferenza remota, quasi offensiva". Tutto da' disagio e desiderio di smemorarsi. In un mondo dell'ovvio gli uomini si parlano, ma non si capiscono. E non si comprendono. Solitudine e diversita' aprono alla dicotomia tra essere e apparire, cose e parole e ancora cose e uomini tra i quali i confini sembrano talvolta annullati o almeno confusi. Il "pensare ad altro" del titolo scelto per l'emblematico romanzo e' forse allora lo stesso di chi vede semplicemente in modo "altro" rispetto a quegli uomini grigi che abitano il medesimo territorio. L'estraneita' conseguente di quelle "creature quasi d'altra specie", i due protagonisti del romanzo, Arseni, vecchio imbalsamatore e insieme amante degli animali, Riccardo, violinista e studente universitario, che vivono nel mondo pur essendo ad esso estranei. Il loro atteggiamento e' quello di ricercare possibili piccoli varchi, esilissime postazioni di resistenza. Un atto di leggerezza che allude ad un'alterita' che si pone come premessa di un dialogo tentato. I due uomini non sanno parlare agli altri perché sono e si sentono esclusi. La comunicazione non e' piu' tentata per la via concreta e usuale. E' invocato un linguaggio universale. Da qui l'approdo al silenzio o alla musica; la vera voce e' il violino. Il violino parla per un momento. E' la voce dell'emarginato, che invade il mondo e lo compenetra come alternativa ad una parola che esce come "cosa altra" dalla bocca di chi la pronuncia. Il tentativo di raggiungere il grumo dell'essere.

Il suono del suo violino (di Riccardo) usciva come una folata d'aria fresca per le finestre e le pareti e i muri, che non avevano piu' spessore e consistenza, conquistava le vie, i prati le acque o forse diventava anche esso acqua prato mondo o solo musica.

Pia'deni, il bizzarro maestro di violino di Riccardo, parla e suona solo di notte,

ad ogni modo prima della luce perché cosi' voi vi dimenticherete finalmente e potremo parlare senza vederci e senza pensare ai mobili e ai tappeti e le parole non saranno cosi' banali e morte come adesso.

Sulla soglia della notte diventa anch'egli buio e musica. E un amore per il mondo intero lo pervade. Uno strano sentimento, ancestrale, forse antico di secoli: "Voglio bene a tutti gli uomini, vi giuro". Anche se ai suoi occhi essi sono strane bestie, "senza neanche un po' di musica nel sangue", nemmeno a pungerli, ignari forse di tutto e di sé. Ubriaco, il violino sotto il braccio, "gli occhi disumani, senza luce", egli diventa la sua musica.

Pareva che il violino respirasse, che Pia'deni respirasse e che la notte fosse in quel respiro.

Di giorno, la luce sul volto, non si dice cio' che si sente veramente, ma si parla come sentendosi guardati. Quando c'e' il sole c'e' anche la vergogna. E le parole sono solide e concrete, "parole d'uomo povero", quelle della strada, perché tutte comprensibili. Cosi' nel racconto Peccato Originale le parole dapprima sono "altre", leggere, evanescenti come gli angeli che si posano sui cornicioni. Ma un giorno tutto cambia. Le parole del padre non sono piu' trasparenti o bianche come le ali di farfalla o qualcosa "fatto di bianco o di niente sopra i fiori". Sono "solide e concrete", come quelle dei carrettieri, e nominano ogni cosa definitivamente. Cosi' ne L'Osteria le parole leggere dei bambini e quelle pesanti e lontane come cose degli adulti. Anche qui la presenza di un uomo-ombra, come il Funambolo, scardina quel mondo dell'ovvio. Il motivo del "non voler mai crescere", per vedere e parlare in modo altro:

Essa ti dira' allora indicando il sasso, Maghit (e' la bimba dell'oste), ti piece questo fiore azzurro, Maghit?, e tu riderai se sarai franca e per niente imbarazzata, o la guarderai di colpo impaurita, questo penso, e cercherai di fuggir via di la' in qualche maniera. E la signora capira' che sei alta piu' di un tavolo né mai ti vorra' prendere con sé.

Poi il silenzio. Nasce dalle pietre e da' senso ai rumori: e' il linguaggio delle cose, la voce dell'essere che da' nuovo senso alle parole e ai gesti, li sostituisce a volte. E' il momento e il luogo della sospensione e dell'attesa. Le occorrenze non si contano. Il sostrato dell'intera vicenda. E' anche il silenzio delle creature che soffrono, gli scarafaggi schiacciati o le farfalle uccise: Quel loro silenzio che aveva scambiato sempre per insensibilita'.
I silenzi di Casa d'altri e di All'insegna del Buon Corsiero.
Parole, cose e uomini si compenetrano reciprocamente. Il motivo della "cosalita'" resta per tutta la narrazione, con una certa ossessione; cosa-oggetto, vista e percepita altra da me ed eventualmente allontanata, e cosa-pensata che diventa tutt'uno con chi la pensa. Nel momento del silenzio, quello umano e delle cose, presenza e pensiero sono tutt'uno. Si diventa una cosa sola, "la cosa pensata e noi siamo tutt'uno". Anche l'uomo e' talvolta cosa. In mezzo agli oggetti gli uomini non sono mai "uomini", ma "ricordi di uomini". Un disagio che vede il corpo sperduto tra i vestiti, una cosa insomma:

[...] e le gambe apparivano al ragazzo lunghe e magre, forse neanche sue, da non saper piu' dove nascondere o dimenticare. E solo le sue gambe in quel momento avevano paura del buio e della bestia dentro al buio, come se fossero creature vive anch'esse.

Cosi' la Parola. Le parole tentate riempiono la stanza e il buio:

Le parole salivano e si perdevano nel buio e la stanza doveva esserne piena, quasi come di cose o insetti morti che domani si sarebbe potuto trovare in qualche angolo. Sarebbero fuggite poi dalla finestra.

Gli oggetti, visti e osservati, acquistano vita propria, potere suggestivo e simbolico. Un alone di indeterminatezza che tende a spiritualizzarli. Una materia in continuo mutamento sotto l'avanzare e il ritirarsi della luce e dell'ombra. Torna il motivo del Perturbante che gia' caratterizzava la narrazione di All'insegna del Buon Corsiero la' dove i confini vita-morte sono dubbi, parti del proprio corpo sembrano, staccate e lontane, inutili e altre, la' dove ritorna ancora il motivo del Doppio. In quest'ansia conoscitiva e incertezza percettiva che caratterizza tutto il romanzo le mani sono osservate con una certa insistenza. Vive, danno quasi sempre un primo profilo del personaggio che entra in scena, i loro gesti sembrano nascere da un'energia interiore, possiedono una loro volonta'. Le mani come presa dell'io sul mondo; sono quelle di Nemo, grosse e forti sul trombone; di Enrico, piccole e nervose; di Ernestina, dalle dita sempre sporche d'inchiostro; di Riccardo, magre ed esili su quei polsi quasi invisibili; del padre, che giungono come unico ricordo dell'intera persona, "dalle sue dita tozze e forse insensibili"; di Pia'deni, che escono dal buio illuminate dal cerchio violetto della lampada; di Arseni l'imbalsamatore; del cieco che pensa di afferrare il mondo e darsi insieme consistenza. Le mani si rapportano all'Altro, al diverso che si vuole comprendere e forse anche amare. E si nascondono. Il motivo delle tasche. Le mani sono celate nel fondo buio delle tasche. Una maschera, insomma.

Una malinconia sconsolata come puo' avere soltanto un uomo in riva al mare di notte e senza tasche.

L'inettitudine umana rende evidente la non coincidenza di conoscenza e oggetto conosciuto. Il problema della conoscenza come possesso del mondo, un sondare tutto fino a possederlo. Ma tutto scorre e niente si afferra, nessuna traccia permane, un senso di provvisorieta' avvolge ogni cosa:

Era quel senso, invece, di provvisorieta' che lo aveva fatto parlare cosi' un momento prima e forse sempre, quel pensiero ostinato e feroce o esasperante che le cose ancora non erano tutte sue e che non poteva soffermarsi a guardarle ed amarle anche un momento, prima di aver lasciato e dimenticato forse tutti gli uomini e aver cominciato a vivere di musica, e solo con Arseni e le sue bestie.

La ricerca di verita' e' rivolta anche alle viscere, a quel corpo sfracellato al suolo, il corpo minuto di Nemo il trombettista in Essi e il Funambolo nel Corsiero, come se sondando il dentro si potesse riscoprire qualcosa di dimenticato e perduto, chissa' quale miracolo. Si apre quindi qui il problema dello sguardo: come ci si rapporta all'alterita' sulla soglia del nulla?. Nell'incontro possibile con l'altro sta il ritrovare un luogo comune, una "cosa di tutti". L'alterita' e' rivelata da uno sguardo, da un occhio che si prepara all'ascolto, dalla presenza di un corpo che guarda. Dipende cosa guardiamo e come. Il corpo nel mondo e' insieme vedente e visibile. Si vede. Diventa cosa entrando nel tessuto del mondo; le cose sono il prolungamento del corpo, "incrostate nella sua carne". L'occhio di carne testimonia la propria presenza nel mondo. Il motivo dell'occhio che guarda e ascolta il mondo pur nella sua cecita' fisica e' ricorrente nello scrivere darziano. La strana figura del cieco in Penny Wirton , un vero "trappolone" che vende i pianeti della fortuna e trae guadagno dall'imbrogliare la gente con le sue beffarde parole; firma i suoi pianeti:

Cieco per forza di cose-commerciante al minuto in lamenti e affini-e all'occorrenza anche autore di veritieri pianeti.

La sua logica e' semplice, ma ha in fondo l'amarezza di chi non attende piu' nulla.

Ecco un ben sciocco parlare, ragazzo[...] Ieri e' ieri e oggi e' oggi. E domani non vuol dire un bel niente.

Ma di altro spessore e' il cieco de L'uomo che camminava per le strade , coinquilino di Carlo Stresa. Una mattina si sveglia, gli occhi bui e "le cose non gli parlavano piu'". Stresa, a tavola di fronte al cieco, tra loro una carta moschicida appesa alla lampada, ha l'impressione di essere lui il guardato.

Ma piu' lo guardava e piu' si convinceva che non poteva chiamarsi cieco un uomo cosi': uno che non ci vedeva, ecco, e nient'altro.

Le parole tendono alla stonatura senza il sostegno degli occhi. Stresa pensa agli occhi come all'anima:

Ma gli occhi, gli occhi sono noi stessi, come l'anima. Si puo' vivere forse senza l'anima?. Il dottor Ladi viveva da tre anni senza l'anima.

Tenta di parlare quindi anch'egli ad occhi chiusi:

Una cosa impossibile, Signore. Gli sembrava che parole strane uscissero dalla sua bocca; anche il tono era strano, un tono forse udito altre volte, in lontani tempi; ad ogni modo non il suo. Gli faceva l'effetto che un altro parlasse; uno che assomigliava a lui, che gli stava accanto, forse dentro il suo stesso corpo, ma non lui. Per un momento si senti' estraneo a se stesso, estraneo e lontano ascoltandosi senza curiosita'.

Angeli e ciechi sono spesso compagni di strada; la loro eccezionale natura ne fa delle presenze diverse nel mondo degli uomini grigi. Come il Funambolo sussurrano qualcosa all'orecchio di chi incontrano o passano e provocano mutamenti profondi nell'anima. Ritorna la figura dell'angelo, gia' ne L'uomo che camminava per le strade, nel Corsiero, in Peccato originale, in Fine di Mirco, come colui che s'incarica di riaprire all'uomo la via del cielo, traghettatore che non disdegna il colloquio con tutto cio' che e' moribondo. Una presenza salvifica, un'immagine luminosa.

La gente passava intanto senza fretta e pensava alle cose che vedeva. I bambini, tenuti per mano e trascinati come costosi e impacciati oggetti, vedevano gli angeli ai cornicioni delle case. Un uomo pesto' col piede una formica e non lo seppe mai.

Riccardo e Arseni ricercano una casa che a quei cornicioni si avvicini, per vedere la gente piccola, nella strada.

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12) Si tratta di un'espressione ricorrente nelle diverse opere darziane, insieme autoritratto e caratterizzazione di quelli che sembrano i personaggi piu' fragili perché piu' esposti ad un mondo di cui sono ignari, ancora nuovi ed estranei. Qui l'espressione e' riferita al giovane curato di Braino, non ancora disilluso come il vecchio prete de sagre.
13) "Si inserisce in quella tradizione del" racconto lungo" che in Italia attecchisce male[...] Il racconto lungo nei suoi migliori modelli[...] e' a mezza via fra il romanzo breve e la prosa poetica. Come genere si potrebbe affermare che non sopporti l'affastellamento dei fatti[...] e le troppo scoperte ricerche verbali. Punta soprattutto su effetti di ritmo, su pause, su un uso sapiente della cosi' detta "durata"[...] Casa d'altri e', in questa direzione, un racconto perfetto". Dal Corriere della sera, 10/3/54.
14) Essi pensano ad altro, Milano, Garzanti, 1976.
15) Esce su Quadrivio nel 1941, poi diventa romanzo, Un ragazzo d'altri tempi, con le sue complesse vicende filologiche. L'Osteria, ambientata in una lontana Sivilek, "paese d'erbe e d'acqua", scritta gia' nel '40, ma poi scomparsa e conosciuta solo in Nostro lunedi' di R. M. Jodi, nel '60; manca il confronto col testo originario ed eventuali carte e appunti.
16) Il romanzo per ragazzi scritto intorno al '48. Dal carteggio con Vallecchi emergono la nuova storia di Penny , la ricerca di dignita' del piccolo protagonista, senza padre e identita' sociale, e le revisioni a Casa d'altri.
17) Il romanzo incompiuto viene pubblicato per la prima volta su Contributi, anno V, n.9, gennaio-giugno 1981. Sul manoscritto non ci sono datazioni, ma A. L. Lenzi trova un termin
ante quem, il 24/3/42, data di una lettera di Garzanti che rifiuta Essi pensano ad altro, L'uomo che camminava per le strade, L'Osteria. Il capitolo VIII e' pubblicato autonomo nel Meridiano di Roma, il 18/2/40, col titolo Sera sul fiume.

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