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Emanuela Orlandini, 2001

Palazzo San Vitale
rivista letteraria
n.6 - Sett. 2001

Silvio D'Arzo, scrittore della presenza.

Dalla riva, in mezzo al gruppo degli uomini, due o tre piccoli si misero a piangere[...] Si', si'. E' proprio cosi'. La stessa voce dei piccoli d'orso...e dei piccoli di foca e gabbiano e tricheco e pinguino e di tutti... Assomiglia perfino alla mia...E in quel medesimo istante Limpo senti' di sapere ormai tutte le cose. Tutte quante le cose del mondo (1).

Ezio Comparoni, alias Silvio D'Arzo, nasce a Reggio Emilia, 1920, da Rosalinda Comparoni e padre ignoto, vi muore appena nel 1952, una leucemia fulminante. Precocemente laureato in Lettere a Bologna, vive poi il dramma della guerra, prima soldato di leva, poi prigioniero a Barletta, da dove attua la fuga. Ci lascia poche opere compiute, molte carte disperse, la morte prematura. I suoi pseudonimi. Indice forse della sua destabilizzazione interiore, l'essere allora figlio di NN con quel che comporta, e insieme intonati ad una forma d'arte, alla letteratura fantastica e d'evasione delle sue letture inglesi.

Ma quello che restera' legato alla sua arte fino alla fine, Silvio D'Arzo, e' lo stesso che inaugura la maschera con la prima pubblicazione (non il primo scritto) che e' All'insegna del Buon Corsiero, 1942 (2) ; richiama forse le sue origini (arzan in dialetto sta per "reggiano"), come lo stesso rivelo' all'amico Lando Landini, sotto il porticato di S.Rocco, tra ghiaccio e neve; e proprio questa scelta a lungo termine forse ne denuncia il suo uscire dai binari della normalita', la sua eccentricita'.
Leggiamo questo e questo, ignari di quell'ultima volonta' dell'autore che sempre, o quasi, determina "il salto". Le opere arrivano a noi frante, malcerte, in quella struttura provvisoria che sempre l'autore conferiva loro, nell'inesausta spinta alla riscrittura. Un tentativo di verbalizzazione in cui il senso del continuo labor limae sulla parola sta nel tentativo di ritrovare quella "pura" o archetipica. Una parola forgiata nuova per sovvertire il silenzio. Perché ci si avvicina sempre piu' al "cuore" le parole mutano, perdono il loro senso comune, la loro pura struttura semiologica ne evidenzia il loro valore ontologico. Anche la lingua esprime il disagio, mima una ricerca che ha inizio la' dove il significato e' sospeso e rende la scrittura sempre frantumata, ferita. Una dilatazione temporale. Una parabola creativa che prevedeva, infine, in un progetto totale interrotto solo dalla morte, "una specie di Eneide del XX secolo", tutte le opere precedenti da rileggere e ricollocare: Nostro lunedi' di Ignoto del XX secolo che parla del nostro tempo, degli uomini e del loro rapporto. Tra la pietra dura e un cielo desertificato si muove un uomo alla ricerca del suo cammino. E nell'attesa della domenica. Da qui il titolo dell'ultimo progetto incompiuto.

La vita e' come una strada fatta di tanti lunedi' e sempre la speranza della domenica .

E' un racconto delle origini e della fine, in questo senso "un'opera-mondo" , che tenta di rispondere ai traguardi che si propone l'autore sin dalle sue prime prove letterarie: semplicita' e umanita' (nel senso che lo scrittore indica a Vallecchi, in una lettera del '45: un'indagine intorno all'uomo e ai suoi possibili modi di stare al mondo). Ma un tono leggendario fa da sfondo frequente alla figura dell'autore, d'obbligo ricostruirne la vita di figlio illegittimo, l'estrema poverta', la vita umbratile e schiva, la morte prematura, poi da qui i tratti caratterizzanti le opere. Una lettura che parte dalle "ragioni di vita" ma che infine li' si ferma. Una lettura troppo spesso distorta e deformata . "Detriti morenici", denuncio' Affinati, riesumati ad ogni nuova edizione. Ma vediamo il Quando, il momento "guerra", e il Luogo, la "provinciale" Reggio Emilia di quegli anni. Il clima morale della letteratura uscita dal travaglio della Resistenza che porta in sé come cifra e codice genetico necessariamente la Morte. Il momento del neorealismo e anche dell'esistenzialismo. Il momento del dopo che raccoglie i detriti. Indagando nella esperienze letterarie contemporanee al nostro scrittore troveremo con Pavese, Fenoglio, Bonsanti, Landolfi e altri, tra le avanguardie e l'arte politicamente impegnata, anche un eccentrico scrittore modenese, a D'Arzo affiancabile, Antonio Delfini. Il ricordo della Basca, edito nel 1938, poi rivisto nel '56, mostra lo stretto rapporto vita-letteratura, con scrittura leggera, dell'antitesi e del paradosso, che procede per continue autocontraddizioni, tra verita' e menzogna. Il 1938 e' l'anno delle leggi razziali e Delfini ne rimane segnato; da qui la sua considerazione sull'inumano e il disumano che ricorda tanti passi della scrittura darziana, in particolare di Essi pensano ad altro:

Ma cio' che io combatto e col quale intendo rompere ogni rapporto e' il disumano. Intendo per inumano cio' che e' contrario all'umano, che non essendo piu' umano e' tuttavia incluso nell'umano. Il disumano e' invece cio' che e' fuori dell'umano (né umano né inumano) e che trova in certi esseri la possibilita' di vestirsi indifferentemente da uomo, da donna, da cane o da palla stagnola. In poche parole e' il diavolo .

Temi comuni quali la perdita di una salda identita', la prospettiva del girovago urbano, di uno sradicato che si muove per strade che diventano inestricabili labirinti, la consapevolezza di essere sventurato tra gli sventurati. Un anti-bildugsroman sostenuto da una scrittura etica, emotiva e per questo provocatrice. Esibita la condizione dell'uomo gettato nel dramma della guerra, ma insieme condizione perenne e propria dell'uomo. Silvio D'Arzo, rifiuta quell'"affondare i denti addirittura nel nervo del vero"di certe dilaganti soluzioni neorealiste per preferire la "castita'" degli inglesi, dove l'aggettivo non allude all'atmosfera fiacca e sfocata in "stile Arcadia", ma riguarda il rifiuto ad un'esibita violenza verbale. E allude alla lentezza e all'evoluzione di uno stile di Conrad o di James che subisce dalla critica una connotazione di inattualita'. Anche D'Arzo ama gli indugi narrativi, le pause e i silenzi . L'emozione del vissuto si fa parola malsicura, balbettio, oppure musica, denunciando l'indifferenza diffusa degli uomini grigi che si muovono in un mondo altrettanto grigio. E non si ferma all'esperienza bellica, sfondo o talvolta primo piano alla scrittura (Una fasciatura ben fatta, Alla giornata, Un minuto cosi' ...), ma muove verso l'analisi di quelle "nuove profondita'" con le quali Giuliani, nell'intervento al convegno D'Arzo 1982, intende alludere al sostrato filosofico. Due tendenze inscindibili. Un'interpretazione della complessa personalita' darziana alla luce di una prospettiva esistenzialista che spiegherebbe il passaggio dalla prima giovinezza dall'"evasivita' irrisolta", a Casa d'altri, "all'evasivita' ponderata, densa, concretamente immanente" . D'Arzo resta autore eccentrico nel panorama letterario italiano coevo, scrittore dell'"abisso". Vita e scrittura si sovrappongono in un gioco di verita'-menzogna, essere e dover-essere, gli pseudonimi, sullo sfondo di una societa' straziata. Il deserto cresce, si tenta di riempirlo. Il movimento e' sempre lo stesso: nel territorio della ricerca, il tentativo di rispondere a cio' che e' irriducibile ad ogni ragione umana: la stordente assurdita' dell'essere. Una visione del tramonto, del disfacimento, della finitezza; l'uomo e' gettato in un territorio "altro", senza piu' alcun radicamento. Tutto il percorso di scrittura darziana e' segnato da questa condizione esistenziale: la provvisorieta'. Quella stessa provvisorieta' del tendone da circo. Dalla consapevolezza del negativo non deriva sempre l'esaurirsi di ogni azione e movimento. Nel nostro essere-per-la-morte si puo' ritrovare il senso. E qui interviene la scrittura, di qualunque natura essa sia. La scrittura innanzitutto, anche brutta, purché scrittura.

Niente al mondo e' piu' bello che scrivere. Anche male. Anche in fondo da far ridere alla gente. L'unica cosa che so e' forse questa .

Solitudine come terreno di ricerca e di lotta. Nel sapere del proprio lento morire ciascuno puo' essere felice o infelice; la liberta' consiste in questa scelta. La letteratura si fa portatrice di questa consapevolezza. Un'interrogazione comune nel sentire di una mancanza. Una Presenza cercata e invocata. La scrittura nasce qui, dalla percezione di un'Assenza. E cerca di colmarla con un incontro, lo sguardo fisso sul limite. Scrittura che destabilizza, che provoca con tutti i mezzi di cui dispone. Emotiva nel senso del voler captare l'emozione del parlato attraverso lo scritto. Etica nel senso del voler trovare e comunicare un senso, se c'e'. E' un mezzo che tenta, svelando la presenza di un luogo comune abitabile da tutti gli uomini, di trovare un fondamento assoluto in grado di eliminare quel vuoto o almeno di riempirlo. La ricostruzione di una mappa di senso che individui le vie percorribili nella scrittura per mezzo di essa. Una letteratura che si serve della parola per mostrare cio' che e' al di la' della parola . Una vera "epica-moderna", seguendo le considerazioni di Franco Moretti, con contatti e differenze col passato, che esprime la profonda discrepanza tra la "voglia totalizzante dell'epica e la realta' suddivisa" del mondo moderno. La forma della letteratura sta nell'aspetto sociale da cui deriva e nel quale si riflette, nel suo seguire i mutamenti sociali, ma allo stesso tempo arrivando sempre "dopo". Sono sempre necessari un sociologo e un formalista insieme, sottolinea Moretti, in quanto ogni situazione porta con sé:

remore etiche, garbugli percettivi, contraddizioni ideologiche[...] Comporta insomma un sovraccarico simbolico che rischia di rendere precaria la coesione sociale, e faticosa l'esistenza individuale. Ecco: la letteratura serve a ridurre questa tensione. Ha una vocazione problem-solving: rendere l'esistenza piu' comprensibile.

Nell'epica moderna c'e' la "perenne capacita' di riaprirsi", senza mai tuttavia approdare ad una "conclusione definitiva". Una ricerca come un cammino mai concluso. Un ponte sull'abisso che si cerca di superare, non solo di contemplare. "L'eroe" del romanzo non segue piu' mappe prestabilite, in un falso movimento circolare che prevede gia' gesti e direzioni, ma e' un cercatore.

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1) S. D'Arzo, Il pinguino senza frac, in Il pinguino senza frac e Tobby in prigione, Torino, Einaudi, 1983.
2) Se si escludono le prime prove giovanili, restate a lungo inedite, "nel cassetto", dal titolo Maschere, racconti di paese e di citta' (Lanciano, Carabba, 1935) che nascondono la mano di un quindicenne e le poesie Luci e penombre, All'insegna del Buon Corsiero e' la prima fuoriuscita dall'"officina", il primo tentativo di approccio al mondo editoriale. Scritto nel 1940-42, gia' nel 1945 il rifiuto del suo autore. D'Arzo e' turbato dalla riedizione dell'opera del giugno del medesimo anno, non piu' del tutto persuaso che quel '700 "mozartiano" convinca ancora il lettore, "ora che ha capito che tutti i secoli si equivalgono e la profondita' e' solo nel soggetto inquirente".
3) La prima versione conosciuta e' quella di Nostro lunedi'. Racconti, poesie, saggi, a cura di R. M. Jodi, edita nel 1960 per Vallecchi; la seconda, che tenta un ordine filologicamente piu' attento, e' quella di A. L. Lenzi, Nostro lunedi' di Ignoto del XX secolo, Mucchi, 1986. Restano prefazione e quattordici racconti-frammento.
4) Appunti in margine alla Prefazione a Nostro lunedi'. G. Degani; Un libro non scritto, "L'Unita'", 24/7/1958.
5) L'attenzione di Franco Moretti in Opere mondo (Torino, Einaudi, 1994), e' per una profonda riflessione sul modernismo, che infine approda alla forma totalizzante dell'epica. Si riferisce ad un'opera epocale che porti in sé il mondo intero, che trovi "la sorte dell'intera umanita'".
6) Altra tendenza e' quella di parlare di "libro unico", con evidente riferimento a Casa d'altri. Ma chiarisce Affinati, Dopo le prime "ingenuita'" critiche, tra le quali esistono sempre le dovute e nobili eccezioni, l'approccio alla lettura cambia: "E' finito, in questo senso, il tempo delle letture impressionistiche, di semplice gusto."
7) A. Delfini, Il ricordo della Basca, Milano, Garzanti, 1992.
8) Contea Inglese (Palermo, Sellerio, 1987) raccoglie i saggi critici dal 1945 al '51 sui "modelli" inglesi ma anche francesi e americani; in particolare l'argomento "neorealismo" e' affrontato in Fra Cronaca e Arcadia (1949).
9) A. Giuliani, Casa d'altri e il povero dopoguerra, in Atti delle giornate di studio, Reggio Emilia 20-30 ottobre 1982, Vallecchi 1984. Le "desolazioni metafisiche" di Jaspers e la poetica conradiana trovano per il critico una perfetta eco in Casa d'altri, dove non si parla mai di Trascendenza direttamente, ma tutto il narrare e lo sguardo che parte da questo stesso narrare ne sono permeate.
10) Nostro lunedi' di ignoto del XX secolo, A. L. Lenzi, Mucchi, 1986.
11) L'attenzione a tale libro e' quella di un lettore pronto ad una lettura del "come se", nell'accezione steineriana, che predilige quegli scrittori che hanno coraggio e consapevolezza di volgere lo sguardo verso l'abisso, quelli che tentano paradossalmente una lettura del mondo nei suoi aspetti non solo linguistici. Una sospensione necessaria. Come il Funambolo possiedono il coraggio del filo. E l'amore per esso. G.Steiner, Vere Presenze, Milano, Garzanti, 1992.

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