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Stefano Costanzi, 2001

Palazzo San Vitale
rivista letteraria
n.6 - Sett. 2001

"E' stato detto che tutti noi, almeno per un certo periodo, viviamo una vita non propriamente nostra: finché ad un tratto arriva il "nostro giorno", qualcosa come una seconda nascita, e solo allora ciascuno di noi avrà la sua inconfondibile vita." Inizia cosi' Elegia alla signora Nodier, racconto che Silvio D'Arzo scrisse attorno al 1946; non molto diversamente, e soprattutto non a caso, lo scrittore reggiano si esprimeva a proposito di Henry James in un memorabile saggio apparso nel '50 su Paragone. Chissà se anche la fortuna critica di uno scrittore può avere una seconda nascita; se l'opera di Silvio D'arzo può uscire dallo stallo di una nicchia troppo angusta attraversata da sciami di luoghi comuni che parlano di "caso D'Arzo" di happy few e di un racconto perfetto.
Nella nota introduttiva alla rassegna stampa ordinata nel 1982, in occasione delle giornate di studio reggiane, Eraldo Affinati parla di una critica darziana sbilanciata da un'impronta recensoria, dove "un'enfasi reclamistica", condizionata dalle uscite editoriali, ristagna in una sorta di "scoop replicato ad oltranza". A parziale giustificazione addita la sfortunata storia editoriale, la peculiarità umana dello scrittore e la mancata consacrazione dell'autore di Casa d'altri alla popolarità. A distanza di anni il panorama critico non è mutato di molto; anzi, nonostante ci siano stati interventi critici illuminanti, e penso in primis agli scritti della Lenzi e di Lagazzi, per Silvio D'Arzo non sembra essere giunto il momento di uscire dal limbo raffinato dei pochi felici.
A ben vedere si ha come l'impressione che D'Arzo subisca una strumentalità specifica nel panorama della letteratura italiana del novecento: è l'autore mille volte scoperto e mille volte dimenticato; il musicista di una sola perfetta nota, a cui un destino intelligente ha sottratto lo strumento una volta sfiorate le vette dell'inesprimibile. Viene quasi il sospetto - sia detto senza spocchia - che il limbo darziano sia funzionale al gioco della riscoperta di certa critica, che non ha saputo o voluto dotarsi di strumenti di più ampio respiro accettando quel più di destabilizzante che la scrittura darziana impone nell'equilibrio della letteratura novecentesca.
Non si capirebbe infatti la mancanza, più volte accusata, di un'opera omnia di Silvio D'Arzo; soluzione che consentirebbe percorsi di lettura più efficaci, porrebbe fine alla diaspora degli scritti e, forse, segnerebbe la consacrazione alla popolarità. La storia editoriale, per quanto tribolata, è oggi ben definita: il tempo ha lasciato affiorare diversi inediti e anche la vicenda editoriale di Casa d'altri sembra ormai delineata. Sicuramente la "peculiarità della figura umana" ha contribuito non poco alla creazione del caso D'Arzo: stenta a morire il mito di uno scrittore dai molti pseudonimi in una città di provincia, dove chiunque ne parla corre l'inevitabile rischio di aggiungere una pennellata a un ritratto velato di agiografia: emblematico a questo proposito il volume Silvio D'Arzo: uno pseudonimo per legittima difesa.
Ritengo che un onesto esercizio critico sui testi - tutti - riesca a restituire ai lettori una correta prospettiva in cui anche la "vita letteraria" dell'autore reggiano possa essere vista tramite uno specchio meno deformante.
A ragione la Lenzi mette in guardia dal cadere nella tendenza opposta a tanta critica e ad accogliere ogni scritto del Comparoni con la considerazione dovuta a Casa d'altri, indirettamente affronta lo spinoso problema degli inediti, dei manoscritti dimenticati e persi e dei fogli sparsi.
La scelta di rendere pubblico un brano di una redazione "lunga" inedita, ma non sconosciuta, di Casa d'Altri risponde all'esigenza di aggiungere una tessera ad un mosaico in gran parte restaurato.
Ezio Comparoni scrive la seconda redazione del "racconto del prete" -la prima è del '47- nell'estate del 1949, la tensione che maggiormente governa questo scritto è l'estensione: la necessità di raggiungere il traguardo di "un breve volume" è cogente, infatti i rifiuti delle case editrici interpellate sono brucianti, "non fa un libro" scrive Pavese nel gennaio del 1948 rifiutando per Einaudi Casa d'altri; da qui gli indugi eccessivi i rami secchi e addirittura le soluzioni raggrumate - si veda la lettera della Zelinda - che nella redazioni successive verranno meno.
Di questa redazione è conservata una copia fotostatica dell'autografo composto di 142 carte, fogli protocollo, su cui a posteriori l'autore ha annotato a pastello blu, in alto a destra, il numero delle pagine: a queste si deve aggiungere il frontespizio al cui centro Casa d'altri è scritto in grande. La calligrafia forzatamente infantile non presenta difficoltà di lettura, in essa convivono rare varianti interne. Il "breve volume", ovviamente ricopiato da una minuta, è diviso in quattro parti sottotitolate: L'incontro (cc. 5-33); La domanda (cc. 34-76); La lettera, (cc. 77-129); L'aria della sera, (cc. 130-141). La prima parte è composta da quattro capitoli, le due centrali da sei, l'ultima da due: per un totale di diciotto contro i quindici della vulgata. Il brano proposto in questa sede coincide con l'ultimo capitolo della terza parte, l'annuncio di una vecchia annegata, e L'aria della sera; prende i passi, nella vicenda narrata, da quel "ma che altro potevo fare, mi dite?" suggello del denudamento di Zelinda e del capitolo 13 della vulgata.
L'episodio "dell'annegata" viene spesso citato da chi, e in parte giustamente, interpreta Casa d'altri come un'inchiesta orchestrata da un suspanse che con sapienza dosa interrogativi, falsi indizi e ralenti tipici del genere poliziesco: l'episodio in questione quindi come una classsica esca per il lettore; ma non solo. Giuliani notò come D'Arzo in Casa d'altri avesse "raccontato una storia di pena e di incomunicabilità (come si diceva allora) tra due vecchi anomali come fosse una storia d'amore": Lagazzi in Finale di partita, un bel saggio dell'86 a cui queste mie note idealmente si collegano offrendo un ulteriore appiglio testuale, si spinge oltre affermando che "la Zelinda e il prete vivono una specie d'impossibile storia d'amore " (NOTAsarebbe da indagare come in questa redazione la figura della "madre" si sdoppi investendo anche la perpetua, la Melide) il cui unico esito è la fine: "solo nella morte la "madre " e il "figlio" potranno incontrarsi: liberi insieme dalle Regole del Padre e dalla loro colpa". L'episodio "dell'annegata" e i due capitoletti dell'aria della sera mostrano in modo evidente le conseguenze della lacerazione "amorosa" vissuta dal prete/figlio, da qui la necessità di rendere pubblici anche quest'ultimi.
Già Anna Luce Lenzi al termine della monografia sull'autore reggiano, recuperando l'ultima carta della redazione lunga di Casa d'altri suggerisce il suicidio del prete, ipotesi che per chi ha letto il manoscritto appare più che fondata, dove l'intero racconto, visti i continui appelli al lettore, si delinea come una lettera d'addio alla comunità di Montelice
Si sbagliererebbe specola critica se si indulgesse ad un prurigginoso gusto per redazioni intermedie notomizzando scartafacci, perdendo cosi' di vista lla stazione creativa che l'avantesto attravesa e di cui è testimone oltre al "risultato finale".
Dell'episodio dell'annegata, per quanto fosse piaciuto a Cecchi, non rimane traccia non solo nelle redazioni successive di Casa d'altri, ma anche nei restanti scritti coevi e successivi.
A proposito di James D'Arzo afferma: "Ormai dei fatti siamo arrivati a farcene una specie di culto o poco meno; [...] James ne ha una istintiva diffidenza: nei suoi libri non accade quasi nulla: nelle parti migliori dei suoi libri affatto nulla". e' significativo che nel chiedere a Cecchi un "favore editoriale" per Casa d'altri scrivesse del suo racconto che "non aveva intreccio, non c'era guerra, rivoluzione, niente amore; solo due figure di vecchi in un povero paese di montagna", quindi che nella narrazione non ci fossero fatti, come un colpo di scena o un suicidio, non era di certo un limite per l'autore che da James aveva imparato come un silenzio può sottoindendere la confessione più completa.
Nel giugno del '50 Ezio Comparoni ad Ada Gorini scrive: "sinceramente credo che il buono di questa lettera sia negli spazi bianchi. e' sul serio cosi'. Non ho la minima voglia di scherzare. Il buono è li'".
Il lacerto avantestuale di Casa d'altri qui proposto acquisisce dunque un profilo più definito e circostanziato; tanto più significativo, nell'economia creativa del racconto, quanto sostituito, nelle revisioni successive, da pause, da silenzi che autorizzano una molteplicità di significati in cui risiede l'insondabilità di quel racconto che alla distanza appare ancora come un capolavoro del nostro novecento.

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