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Pietro Citati, 1995

La repubblica, martedi 28 marzo 1995

Dopo anni di silenzio attorno alla sua figura e alla sua opera esce il racconto forse più bello. E' "All'insegna del Buon Corsiero" composto fra il 1938 e il 1940 Quando Silvio era ventenne e la sua prosa ricordava il giovane Kafka

"D'ARZO, ANGELO SPARITO IN VOLO"

Non so molto di Silvio D'Arzo: il suo volto mi sfugge - e ancora di più mi sfugge la sua figura di autore di racconti che, nella mia memoria, non si compongono in un ritratto. Posso fermare solo un istante la silhouette dell' incantevole diciottenne o ventenne, che tra il 1938 e il 1940 compose All'insegna del Buon Corsiero, un racconto che forse resta il più bello tra quanti ne scrisse (Adelphi, con una premessa di Enzo Turolla, pagg. 150 lire 20000). Mentre in quegli anni tanti narratori scrivevano prose <>, l'unico vero angelo, intelligentissimo e un poco diabolico, era lui, Ezio Comparoni, che viveva chiuso e solitario nella provincia emiliana. Come pochissimi angeli discesi su questa terra, si nascondeva: celava o cambiava il suo nome; e si mascherava, scrivendo, dietro immagini che in superficie appartenevano ad altri e che sole potevano rivelare la purezza, la ferita e la grazia del suo cuore adolescente. Ma All'insegna e del Buon Corsiero, con la sua prosa umbratile, avviluppata, morbidissima,non aveva nulla a che fare con la cosiddetta prosa d'arte d'allora. Qualcosa ci ricorda il giovane Kafka, che scriveva ad Oskar Pollak e componeva Descrizione d'una battaglia: lo stesso candore, la stessa grazia floreale, la stessa soavità arresa, la stessa sospensione. Anche D'Arzo avrebbe potuto dire rivolto alle cose: <>. Come il giovane Kafka, Silvio D'Arzo era un funambolo e un trapezista sul nulla, che camminava sopra il filo o la trave, senza avere nessun filo o nessuna trave sotto i piedi. Camminava su vuoto: le braccia allargate gli tenevano luogo del palo dell'equilibrista; e ogni momento rischiava di cadere al suolo, se non l'avesse sorretto il suo demoniaco istinto di leggerezza. In apparenza All'insegna del Buon Corsiero è dedicato al Settecento - il secolo di Goldoni e di Stevenson, della precisione e della grazia. Tutto avviene in una locanda, in un attimo di pausa in un viaggio fuori dal tempo. Come piace a D'Arzo, quel balletto di Marchese, osti, locandiere, staffieri, camerieri, lacché, ufficiali della flotta, attori ed attrici - e il profumo di cavalli e vecchie diligenze!

Sembra che, nella vita, non ami null'altro. Ecco il cortile della locanda, con le pietre soffici d'erba, la vasca oblunga, le rustiche tavole di legno, la facciata ricoperta d'edera e di glicine; e le casacche rosa-piccione o viola con qualche striscia argentina ai passamani, dei viaggiatori. Qualche servo attraversa il cortile con due sacchi vuoti: qualcuno tiene per la cavezza i cavalli liberi da sella e da finimenti, un altro raccoglie a terra le foglie cadute, o gioca appassionatamente ai dadi: mentre fiammate calde e innocue escono dai fornelli delle vecchie stufe. E poi ci sono i rumori della strada. Da lontano si ode un tintinnio di sonagli, e un cigolio di ruote sulle pietre erbose, che annuncia l'arrivo di una berlina aristocratica o vescovile.

Presto ci accorgiamo che questo Settecento lieto e freschissimo è un inganno: o una specie di colorata decorazione superficiale, che nasconde l'insinuarsi di un altro, più sotterraneo Settecento. Di colpo non c'è più Goldoni né Stevenson: ma Verlaine, le strofe delle Fetes galantes, e dietro di loro le ombre malinconiche di Watteau e di Marivaux. Ecco l'autunno e la nebbia della Pianura Padana, le foglie morte, le pietre erbose, gli alberi che intristiscono di verde-argento. E, di colpo, quei giovani servi, che sembravano animati da tanta allegria, si arrestano. Non vogliono più il mondo" troppo preciso e troppo solido" che li circonda. I giovani cuori amano, e il loro occhio insegue l'infinito: sognano,ricordano, soffrono per amore, attendono chissà cosa: s'accasciano sulle ringhiere, piangendo di desolazione sotto la verde luna pietosa. Tutto è "dolce" e " soave": ma questa soavità è il più insopportabile degli strazi.

Qualcosa è accaduto. C'è un'aria di "dolce malattia": una specie di stupore e di sospensione; e di "silenzio, che sembra nascere e salire dalle cose stesse, dai sassi, dalla strada, dalla pianura circostante forse, come la prima nebbia verso sera". Ma questo silenzio profondissimo, che per un attimo discende sulla locanda, è molto più che un tacere: è il segreto stesso della realtà, che rivela di non appartenere a questo mondo, ma all'altro mondo misterioso che costeggia il nostro, diviso da una lievissima e invalicabile quinta d'aria. Le persone diventano cose. Non c'è più differenza tra la locanda, la vasca, le insegne, il rospo illuminato dalla luna e le fuggevoli figure umane; e le persone e le cose instaurano cento rapporti tra loro, la lingua dei bambini e le zampe dei piccioni, tra l'ala del corvo e i capelli della Marchesa, tra un albero natalizio e un aquilone che si spezza.Mentre l'analogia universale si allarga infinitamente, il tempo cessa di scorrere: questa rivelazione è insieme felicità e sgomento. Infine giunge il Funambolo, che la sera dovrà percorrere a braccia aperte il filo che, nel paese vicino, congiunge il Palazzo dell'Orologio col Rettorato. Anche lui indossa una casacca color viola pallido, ravvivata da qualche fronda argentata ai passamani; e dai calzoni di seta gli pende un'esile spada d'oro e d'argento. Ma il suo sorriso è pallido e severo come quello delle statue. Tutto in silenzio, che sta sospeso nelle cose, si concentra nella sua figura: diventa puro, assoluto,vertiginoso, più inquietante di quello degli angeli. Chi, più di lui, abita l'altro mondo.

Egli porta in sé il segreto definitivo: la felicità e il terrore racchiude in sé la morte; conosce il Paradiso e l'Inferno. O per meglio dire, il Paradiso e l'Inferno sono, per lui, il medesimo luogo: un abisso popolato di vuoto, nutrito di vuoto, dominato dal vuoto, gremito di figure vuote e spettrali.

Quella sera, sulla piazza del paese, il Funambolo cade al suolo: le sue membra si lacerano e si sfracellano sulla pietra; dalla folla sale un grido di terrore. Ma il Funambolo non è morto. Riappare trionfalmente due volte sopra un fico, dal quale scende con un salto di "quasi femminile agilità"; e sulle scene del teatro nel cortile della locanda, mascherato lietamente da attore; e poi scompare con un altro salto, sorridendo. Il Funambolo non è morto, non può morire. E' la voce dell'altrove, che si incarna, appare, scompare di continuo nella nostra esistenza: è l'allegria demoniaca di Silvio D'Arzo che insegue quel giovanile severo, sorridente, sempre vagabondo sé stesso.

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