
Dopo anni di silenzio attorno alla sua figura e alla sua opera esce il racconto forse più bello. E' "All'insegna del Buon Corsiero" composto fra il 1938 e il 1940 Quando Silvio era ventenne e la sua prosa ricordava il giovane Kafka
"D'ARZO, ANGELO SPARITO IN VOLO"
Non so molto di Silvio D'Arzo: il suo volto mi sfugge - e ancora di più mi sfugge la sua figura di autore di racconti che, nella mia memoria, non si compongono in un ritratto. Posso fermare solo un istante la silhouette dell' incantevole diciottenne o ventenne, che tra il 1938 e il 1940 compose All'insegna del Buon Corsiero, un racconto che forse resta il più bello tra quanti ne scrisse (Adelphi, con una premessa di Enzo Turolla, pagg. 150 lire 20000).
Mentre in quegli anni tanti narratori scrivevano prose <
Sembra che, nella vita, non ami null'altro. Ecco il cortile della locanda, con le pietre soffici d'erba, la vasca oblunga, le rustiche tavole di legno, la facciata ricoperta d'edera e di glicine; e le casacche rosa-piccione o viola con qualche striscia argentina ai passamani, dei viaggiatori. Qualche servo attraversa il cortile con due sacchi vuoti: qualcuno tiene per la cavezza i cavalli liberi da sella e da finimenti, un altro raccoglie a terra le foglie cadute, o gioca appassionatamente ai dadi: mentre fiammate calde e innocue escono dai fornelli delle vecchie stufe. E poi ci sono i rumori della strada. Da lontano si ode un tintinnio di sonagli, e un cigolio di ruote sulle pietre erbose, che annuncia l'arrivo di una berlina aristocratica o vescovile.
Presto ci accorgiamo che questo Settecento lieto e freschissimo è un inganno: o una specie di colorata decorazione superficiale, che nasconde l'insinuarsi di un altro, più sotterraneo Settecento. Di colpo non c'è più Goldoni né Stevenson: ma Verlaine, le strofe delle Fetes galantes, e dietro di loro le ombre malinconiche di Watteau e di Marivaux. Ecco l'autunno e la nebbia della Pianura Padana, le foglie morte, le pietre erbose, gli alberi che intristiscono di verde-argento. E, di colpo, quei giovani servi, che sembravano animati da tanta allegria, si arrestano. Non vogliono più il mondo" troppo preciso e troppo solido" che li circonda. I giovani cuori amano, e il loro occhio insegue l'infinito: sognano,ricordano, soffrono per amore, attendono chissà cosa: s'accasciano sulle ringhiere, piangendo di desolazione sotto la verde luna pietosa. Tutto è "dolce" e " soave": ma questa soavità è il più insopportabile degli strazi.
Qualcosa è accaduto. C'è un'aria di "dolce malattia": una specie di stupore e di sospensione; e di "silenzio, che sembra nascere e salire dalle cose stesse, dai sassi, dalla strada, dalla pianura circostante forse, come la prima nebbia verso sera". Ma questo silenzio profondissimo, che per un attimo discende sulla locanda, è molto più che un tacere: è il segreto stesso della realtà, che rivela di non appartenere a questo mondo, ma all'altro mondo misterioso che costeggia il nostro, diviso da una lievissima e invalicabile quinta d'aria. Le persone diventano cose. Non c'è più differenza tra la locanda, la vasca, le insegne, il rospo illuminato dalla luna e le fuggevoli figure umane; e le persone e le cose instaurano cento rapporti tra loro, la lingua dei bambini e le zampe dei piccioni, tra l'ala del corvo e i capelli della Marchesa, tra un albero natalizio e un aquilone che si spezza.Mentre l'analogia universale si allarga infinitamente, il tempo cessa di scorrere: questa rivelazione è insieme felicità e sgomento.
Infine giunge il Funambolo, che la sera dovrà percorrere a braccia aperte il filo che, nel paese vicino, congiunge il Palazzo dell'Orologio col Rettorato. Anche lui indossa una casacca color viola pallido, ravvivata da qualche fronda argentata ai passamani; e dai calzoni di seta gli pende un'esile spada d'oro e d'argento. Ma il suo sorriso è pallido e severo come quello delle statue. Tutto in silenzio, che sta sospeso nelle cose, si concentra nella sua figura: diventa puro, assoluto,vertiginoso, più inquietante di quello degli angeli. Chi, più di lui, abita l'altro mondo.
Egli porta in sé il segreto definitivo: la felicità e il terrore racchiude in sé la morte; conosce il Paradiso e l'Inferno. O per meglio dire, il Paradiso e l'Inferno sono, per lui, il medesimo luogo: un abisso popolato di vuoto, nutrito di vuoto, dominato dal vuoto, gremito di figure vuote e spettrali.
Quella sera, sulla piazza del paese, il Funambolo cade al suolo: le sue membra si lacerano e si sfracellano sulla pietra; dalla folla sale un grido di terrore. Ma il Funambolo non è morto. Riappare trionfalmente due volte sopra un fico, dal quale scende con un salto di "quasi femminile agilità"; e sulle scene del teatro nel cortile della locanda, mascherato lietamente da attore; e poi scompare con un altro salto, sorridendo. Il Funambolo non è morto, non può morire. E' la voce dell'altrove, che si incarna, appare, scompare di continuo nella nostra esistenza: è l'allegria demoniaca di Silvio D'Arzo che insegue quel giovanile severo, sorridente, sempre vagabondo sé stesso.
DOCUMENTI ITALIANI
Degani, 1952
Luti, 1952
Paul, 1953
Gigli, 1953
Falqui, 1953
Montale, 1954
Bevilacqua, 1959
Citati, 1961
Bruschi, 1961
Fornaciari, 1961
Bassani, 1971
Bertolucci, 1971
Klinkert, 1972
N.M , 1978
Bertolucci, 1978
Lagazzi, 1982
Luzi in Spadoni, 1989
P. Citati, 1995
Guatteri, 2001
Costanzi, 2001
Orlandini, 2001
Panzeri, 2002
Marchetti, 2002
Borgatti, 2002
Lucchetti, 2002
Briganti, 2002
Carnero, 2002
Siciliano 2004
Panzeri 2004
DOCUMENTI STRANIERI
Paul 1953
Citati 1954
Baragiola 1955
Klinkert 1972
Van Dooren 1981
Andries 1981
N.V. 1981
Nord 1982
Botsford 1994
P. Weekly 1995
Carnero 2000
TEATRO
A.L. Lenzi 1989
G.R. 16.3.1989 (1)
G.R. 16.3.1989 (2)
Affinati
Lagazzi