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Alfonso B. Spadoni, 1989

"Gazzetta di Reggio" 16/3/89, pagina a cura di Luisa Gabbi

"IMMERSO FINO AL NASO NEL BAVERO ALZATO DEL CAPPOTTO, VICINO AL CAFFE' CENTRALE, IL PROFESSOR COMPARONI ME LO RICORDO COSI'"

Non dico tutte le sere, ma capitava abbastanza spesso di vedere il professor Comparoni all'ora del rituale passeggio in via Emilia. Di solito si riparava dal freddo nella nicchia di un portone vicino al Caffé Centrale (mi pare si chiamasse cosi': un caffè antico e bellissimo all'angolo fra piazza del Monte e via Crispi, dove adesso naturalmente c'è una banca). Da dietro i vetri del bar di fronte (il bar Fogliani con le sue belle camerierine) qualche volta lo osservavo guardare assorto il viavai che probabilmente non vedeva. Immerso fino al naso nel bavero alzato del cappotto sembrava più piccolo di quanto già non fosse. Io a quel tempo potevo avere diciott'anni o giù di li', e per riscattare i disastri delle mie turbolente vicende scolastiche covavo calde e segretissime ambizioni letterarie. Chiuso nel mio pudore come in una scatola di cartone, non sapevo a chi confidarmi, a chi chiedere consiglio. Non certo agli amici, del cui scherno implacabile avevo aspro timore. Chissà, forse a quel famoso Comparoni, che scriveva su riviste importanti ed era li' li' per diventare un vanto cittadino. Ma come arrivare a conoscerlo? Aspettavo con inquieta pazienza che funzionasse la legge della via Emilia, dove prima o poi va a finire che ci si conosce tutti. La legge funziono', ma le conversazioni che ne seguirono furono abbastanza faticose. C'era naturalmente l'imbarazzo della differenza d'età, che allora si sentiva più di adesso; ed anche quello del mio vuoto di cultura, che chiudeva la strada a molti argomenti. Ma è anche vero che il professore sembrava per lunghi momenti come staccato, anche fisicamente, da tutto quel che c'era intorno: che so, la gente, le vetrine, i slauti, ii manifesti del cinema, perfino le gambe delle ragazze, che pure ogni tanto si voltava a guardare. Fra un introverso del genere e un falso estroverso come me c'era un bel da sforzarsi: la conversazione falliva in partenza. E d'altra parte quei suoi occhi un po' troppo grandi, un po' troppo grigi, un po' troppo liquidi non mettevano nessuna allegria, né alcuna voglia di straparlare un po' (e a Reggio non c'è privazione peggiore). A confidargli le mie smanie letterarie non ci provai neppure: una conoscenza inutile. Inutile? Non so. Quel chiacchierare praticamente di nulla mi lasciava, ogni volta, qualcosa come un'eco di parole impercettibili ai sensi: qualcosa come un'emozione imprecisabile, un immotivabile ingombro del penmsiero: qualcosa insomma come un soffio dell'animo, da riascoltare e decifrare a distanza di ore o di giorni o di anni.(Ho provato qualcosa del genere altre volte, nel tempo, quando la vita mi ha fatto incontrare personaggi grandiosi e difficili). Poi mi arrivarono altre curiosità, e quando Comparoni smise di frequentare il portone accanto al Caffé Centrale non me ne accorsi neppure. D'altra parte, un improvviso e sensato disamore m'aveva nel frattemmpo fatto passare per sempre la voglia di scrivere. Quando lessi della morte del professore ("il giovane e noto saggista e scrittore") me ne rammaricai anche nel cuore e. E buonanotte.

***

Avevo lasciato Reggio già da qualche anno e durante non so quale riunione di comitato (o commissione, o altra inutilissima cosa fiorentina) salto' fuori il nome di quel Silvio D'Arzo, reggiano come me. Alessandro Bonsanti mi chiese se l'avevo conosciuto, e si stupi' molto che fra i miei libri (i quali del resto stavano tutti in un paio di scaffali) non ci fosse "Casa d'altri". Tempo dopo andai a trovarlo al Gabinetto Viesseux, per via di una certa ipotesi di donazione di manoscritti di Eduardo De Filippo. Anche Bonsanti non era di quelli che sorridono molto, ma era persona gentile e di buona memoria: con mano bianchissima, l'esile condottiero di "Solaria" prese lentamente un libro dal cassetto e me lo regalo', Leggendo "Casa d'altri", e soprattutto rileggendolo, mi parve finalmente di capire il fallimento delle mie conversazioni con Ezio Comparoni. Perchè era chiaro: lui arrivava da altri territori, da ben altre dimensioni del capire e del vivere. Sprofondavo di vergogna: altro che occhi troppo grandi e troppo grigi. Non avevo visto niente, non avevo capito niente.
Credo che abbia ragione Mario Luzi, con cui ho parlato di d'Arzo proprio pochi giorni fa: "Casa d'altri" è un piccolo classico. Forse non un capolavoro, ma certamente - dice Luzi con una sottile distinzione - un "capo d'opera": fra tante cose che durano una stagione, ecco cinquanta pagine e un autore che restano, con la forza definitiva che appunto illumina i classici. E come i classici, dice sempre Luzi, qual racconto resiste ad ogni traduzione: quella francese edita di recente da Vernier, per esempio, prosciuga senza danni i colori stilistici legati al tempo, e riesce a liberare tutta l'intera l'emozionante sostanza. Vedremo stasera se D'Arzo resiste anche al tentavito di messinscena. La prova è assai dura: l'uso teatrale di un'opera letteraria comporta sempre, come minimo qualche manipolazione che sfiora l'abuso se non la profanazione. ma è anche un modo efficace (talvolta uno splendido modo) per farci entrare in molti nel mondo conturbante dei grandi "estranei" come Silvio D'Arzo. Il quale forse temeva, per dirla con Ariane Mnouchkine, che la vittoria degli uomini senz'anima fosse ormai scritta nella storia come la fatalità biologica. Non è cosi', se è vero che in tanti, oggi, ci sentiamo estranei come lui.

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