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N.M. 1978

in "Il Resto del Carlino" - 22 febbraio 1978

UNO STUDIO SU SILVIO D'ARZO ED UN SUO RACCONTO INEDITO. Si tratta di una tesi di Anna Luce Lenzi e di un testo intitolato "Il pinguino senza frac"

In questi giorni, a cura e spese di un gruppo di amici del defunto Ezio Comparoni, è stato pubblicato un libro (purtroppo fuori commercio)* estremamente interessante, sia per profani sia per bibliofili: comprende una tesi scrittore di Anna Luce Lenzi e un racconto per bambini inedito.**
Prima di passare più direttamente al contenuto del libro è forse il caso di ricordare qualche dato biografico riguardo a Silvio D'Arzo, scrittore reggiano nato nel 1920 e morto giovanissimo nel 1952. La sua carriera - chiamiamola cosi' - di letterato non poté avere vasto sviluppo, sebbene egli fosse di una precocità straordinaria (pubblico' il primo libro a 15 anni) e le sue doti definite da Moravia "particolarmente singolari".
Figlio di padre ignoto, rimase sempre segnato da questa condizione, che si riflette più o meno in tutti gli scritti e nella paura o indecisione di avere un solo nome: infatti firmava con pseudonimi (il più utilizzato era Silvio D'Arzo), affetto inguaribilmente dall'idea di non avere una precisa identità. Ebbe pochi amici e pure con questi, che oggi ci hanno permesso di approfondire un altro aspetto di D'Arzo, manteneva rigoroso riserbo intorno alla sua vita familiare, incompleta, percio' ritenuta disdicevole da riferire; non si hanno inoltre che imprecise notizie sulla sua unica e, sembra, profonda esperienza sentimentale. Non si dice cio' per gusto di civetteria, ma per fare presente che la personalità darziana ai nostri occhi manca ancora di molti particolari.
Fu appassionato lettore e ammiratore di scrittori inglesi, Stevenson, Conrad, James riugardo ai quali pubblico' sagggi critici nella rivista letteraria "Paragone". E subi' notevolmente il loro influsso, ma in modo positivo, ovvero assimilandoli senza imitarli, utilizzando tematiche del tutto personali. Oggi si assiste a una rivalutazione dell'opera darziana (se mai prima fu valutata appieno), processo che essendo postumo, comporta il pericolo di dar retta a persone spacciantesi come "unici e veri amici" dello scrittore, "unici depositari" delle sue opere e cosi' via.
In ogni caso non occorre alcun intermediario per accostarsi a "Il pinguino senza frac"; è un racconto rivolto ai bambini quindi facile come linguaggio; nel medesimo tempo, pero', portatore di un'intuizione elementare quanto profonda e vera. Connubio questo, fra semplicità e verità dell'intuizione, che ci riporta direttamente alla tragedia greca.
La trama, riassunta per sommi capi, è questa: Limpo è un pinguino nato senza la pelliccia nera sul dorso, "senza frac". Tale imperfezione lo costringe all'isolamento. Non ha amici, non puo' andare a scuola e tutti quando passa, lo segnano a dito mormorando. Avendo saputo dai genitori che essi non saranno in grado di dargli mai un frac, con la tristezza in cuore parte, per guadagnarselo lavorando. Il pinguino piange di questa condizione; l'infelicità è aggravata dal fatto che, a causa delle sua inesperienza e ignoranza, crede gli altri animali privi di ogni problema. Solamente lui è il prescelto dalla cattiva sorte. Ma, lontano da casa, inizia pian piano a imparare. La foca, l'orso, il gabbiano vivono anch'essi momenti di paura e il pianto e l'infelicità dei loro piccoli, se la madre muore o è uccisa, non differiscono in nulla da quelli di Limpo. Quando decide di tornare dai genitori, scopre che pure l'uomo, finora mai visto versare lacrime, si dispera. "Ormai - dice - so quello che non sa nemmeno il Maestro". E dopo poco si ritrova vestito con un frac splendido, quel frac che aveva dimenticato di fronte a cosi' sconvolgenti lezioni.
Dunque l'intuizione principale di D'Arzo sta in questo: accomunare i viventi nella condizione di essere soggetti a cio' che i Greci chiamavano Thanatos o Moira. Si puo' obiettare che, proprio perchè già altri hanno individuato tale tematica, non sussista alcuna originalità nel racconto. Ma lo scrittore completa questa concezione con particolari fondamentali: non esiste felicità assoluta. Vi sono deboli e forti, buoni e cattivi: il dolore è l'unica cosa che rende uguali. Pur nel dolore pero' rimaniamo divisi. Infine (qui è racchiusa la "filosofia della vita" di Comparoni) vivere significa non isolarsi nella propria gioia o disperazione, ma sentirsi simili sempre e comprendere insieme l'alternarsi della sorte che ci investe; tuttavia tale proposito è per lo scrittore faticosamente realizzabile, ce ne rendiamo conto anche noi. Cosi' la lettura del racconto lascia sapore amaro in bocca, come a chi ha visto e non puo' riferire.
Sotto la storia di Limpo, scritta nel '48, si nascondono dati autobiografici. D'Arzo pare uscire in questo periodo dalla sensazione che forse alcune frasi di Alfred Lichtenstein spiegano meglio di chiunque altro: "mi sento estraneo alle case. Mi si affollano intorno come se non mi conoscessero: la strada e gli uomini e i mille movimenti". Per approdare alla soluzione di "solidarietà con gli uomini riscoperti come simili perchè tutti esclusi e tutti sofferenti" e tutti senza una precisa identità. E' interessante notare che, contemporaneo di Comparoni, Pavese vive la medesima esperienza di estraneità, ma la risolve in maniera tragicamente drastica.

* "Il pinguino senza frac, ed. pregiata con illustrazioni di A.Manfredi, Prandi, Reggio Emilia, 1978.

** "Il pinguino senza frac" e "Cinque lettere a Enrico Vallecchi" in A.L.Lenzi, "Silvio D'Arzo ("Una vita letteraria"), Tipolitografia Emiliana, Reggio Emilia, 1977, pp. 93-114.

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