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Attilio bertolucci, 1978

LA REPUBBLICA 25/2/1978

Einaudi pubblica “Penny Wirton e sua madre”

Silvio D’Arzo :
storie di milioni e promesse in carta da bollo

Nella preziosa biografia critica di Anna Luce Lenzi (Silvio D’Arzo, Reggio Emilia, pag 114 s.p.), che con il saggio di Paolo Lagazzi, Comparoni e l’altro (nuovi argomenti 51-52) ci ha portati più in là nella conoscenza del meraviglioso e quasi imprendibile (al punto da lasciarsi prendere soltanto, e quasi dolcemente, dalla morte a 32 anni, quando sembrava che potessimo costringerlo nell’angusta cornice della letteratura italiana del ‘900 ) dell’enigmatico autore di Casa d’altri, l’appendice documentaria reca la fotografia di una carta bollata da 24 lire, datata 9 ottobre 1948. In essa il “sottoscritto Ezio Comparoni” nome anagrafico del padre ignoto di Silvio D'Arzo, uno dei tanti pseudonimi, il preferito dello scrittore di cui oggi esce un altro di quei racconti lunghi, di grazia e suspence infinite (Penny Wirton e sua madre, Einaudi pagg 116 lire 2500) assume ironicamente un impegno con l’amico Canzio Dasioli. A far che? “a versagli la somma di un milione se i diritti d’autore del libro per ragazzi Penny Wirton e sua madre assommeranno a dieci milioni di lire italiane”. Se lodiamo Einaudi di averci fatto un dono cosi' fuori dall’ordinario come Penny Wirton, accompagnandolo poi con felici illustrazioni di Alberto Manfredi, non possiamo non aggiungere che non era il caso di ghettizzare il mirabile racconto nella pur ottima collane “Struzzi ragazzi”. L’editore potrebbe chiuderci la bocca con le parole che l’autore ha scritto su quella carta da bollo : “…racconto per ragazzi …”. Ma ha parlato anche di milioni , in quel documento giocoso e straziante, D’Arzo, usando la parola milione con la stessa leggerezza, e scarsa credibilità, del signor Bonaventura. Cosi', non è quel “per ragazzi” un falso scopo, una pista ancora una volta ambigua? Penny Wirton andrà collocato fra L’isola del tesoro e Huck Finn: che stanno sia nella biblioteca dei ragazzi che in quella dei grandi. Libri sfuggenti e alati, possono spostarsi dall’una all’altra perché hanno la natura di Ariele… siamo stati un po’ pignoli pensando al visitatore di libreria che leggendo “ STRUZZI Ragazzi”,passa oltre. Il poverino finirà nella selva delle novità già pronte per i funesti ludi primaverili - estivi dei premi. Ma veniamo al libro, che non voglio raccontarvi neppure in breve come si usa nelle recensioni perché il suo segreto come in tutte le storie bene inventate, sta proprio nello svolgersi non prevedibile del “plot” della vicenda. Che collocata in una Inghilterra dei primi del ‘700, fantasticata da uno dei più irriducibili anglomani (evviva lo era anche, e lo confessava Aleksander Puskin, senza arrossire, anzi) che siano mai esistiti. La collina, luogo chiave del libro (va bene, è anche quella del “dormono sulla collina” di Spoon River, di moda negli anni di apprendistato di D’Arzo : ma qui i morti non dormono, la notte sono sveglissimi e parlano e agiscono) rammenta il pre - appennino di Reggio Emilia ma ci va benissimo. Perché inoltre il ragazzo infelice e avventuroso Penny Wirton altri non è che Enzo Comparoni e Anna Wirton, la madre, naturalmente Rosalinda Comparoni. E il libro non metaforicamente, esplicitamente, racconta una “ricerca del padre”. Anche troppo fondata, vista la biografia dell’autore. La ricerca condotta con cosi' angelica grazia (ricordiamoci di All’insegna del buon costume, sempre ambientata da D’Arzo in un ‘700 che non a Loria, non a Bonsanti, come si è detto, bensi' a Mozart, fa pensare), che i primi lettori del libro, presumibilmente i ragazzi, i felici pochi strappati alla furia televisiva, meglio da essa, una volta tanto, dirottati verso la lettura, non penseranno alle sue dolorose implicazioni, troppo presi dal ritmo rapido della storia. I grandi, cui oggi caldamente raccomando il libro, spero non abbiano il palato cosi' guasto da trovare Penny Wirton un tantino, come dire, semplice. Mi credano, è molto più complesso e labirintico di quel che non sembri, anche se risolto con solare chiarezza, giusta la lezione di quel Robert Louis Stevenson da Silvio D’Arzo tanto amato, e interpretato in un saggio che si dovrebbe ristampare insieme ad altri, stupendi, su James, Conrad, Kipling… E, non vi sembri vi sia un salto troppo grande, su Hemingway. Che D’Arzo, quando veniva accusato di vitalismo e peccati simili, difese con queste bellissime e presaghe parole : “i tempi sono quelli che sono; il mondo oggi è quel che è; e, fino a quando ci saranno uomini soli, che lo abitano come una stanza di albergo… nessuno potrà negare, in coscienza, che più di un suo aspetto ( la quotidianità del nostro vivere è uno) abbia trovato in Hemingway il suo poeta più sicuro e più triste”.

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