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J.H. Klinkert Potters Vos, 1972

"Litterair paspoort" aprile 1972, n° 258

OVER SILVIO D'ARZO EN ZIJN CASA D'ALTRI

"Dopo il 1948 sono apparsi in Italia un paio di libri, per essere esatti quattro - scriveva Giorgio Bassani poco tempo fa sulla terza pagina del Corriere della Sera - in cui degli strani personaggi, per quanto naturalmente non siano in cerca di autore, desiderano tuttavaia una maggiore comprensione. Perchè dunque non dovrei provare, mi sono detto - mentre li tiravo giù dallo scaffale dove si trovano i libri che godono delle mie preferenze, a riportarli al mondo, riportarli a nuova vita? Suppongo - continuava Bassani - che sarebbe cosa vana nell'Italia d'oggi fare domande su Silvio D'Arzo e sul suo unico libro, "Casa d'altri", il libro che ha dimostrato quanto sapeva scrivere? E' un libro sottile, neanche cento pagine stampate; eppure vi sono bem poche opere nella letteratura del Novecento non soltanto italiano, che si siano impressi altrettanto fortemente nel mio spirito.". "Chi era dunque Silvio D'Arzo?" scriveva ancora Bassani. Noi non sappiamo molto di più su di lui, se non che egli si chiamava Ezio Comparoni, nacque a Reggio Emilia nel 1920 e mori', neanche trentaduenne di leucemia. Sappiamo che ha scritto uno strano romanzo "All'insegna del Buon Corsiero" ed alcuni notevoli saggi su Conrad, Hemingway, Faulkner, ma che il suo nome come scrittore ha conquistato fama solo dopo la sua morte con "Casa d'altri", pubblicato nel 1952 in "Botteghe oscure". Appare successivamente presso Sansoni ed alcuni anni fa Vallecchi ha pubblicato tutta la sua opera sotto il titolo "Nostro lunedi'".
Chi viaggia lungo l'autostrada fra Bologna e Firenze attraversa ad un determinato momento un solitario territorio montagnoso, di colore violetto, secco e con sparse qua e là alcune casette. Il terso cielo blu al di sopra ne accentua l'isolamento. D'estate il sole batte implacabile e d'inverno l'aria è gelida. In qualche posto, là fra le montagne, si trova Monselice, il villaggio del racconto di D'Arzo, "Casa d'altri": sette case addossate l'una all'altra e niente altro. In più due stradine lastricate con pietre, una specie di piazza, uno stagno, un canale e montagne fin quante ne vuoi. Trenta anni fa il parroco è giunto li' a Monselice, pieno di buona volontà e di fede.
Nella triste monotonia di tutti i giorni, in mezzo alla popolazione montanara sfuggente, rozza e primitiva, nei duri inverni e nelle calde estati, non aveva mai alcuno con cui parlare. I suoi sentimenti si sono lentamente affievoliti ed egli ha perso tutta la sua energia. Come altri abitanti del villaggio, anch'egli attende una cosa sola: la morte? L'inatteso incontro con il giovane parroco di un villaggio vicino, lo risveglia all'improvviso da quello stato di torpore spirituale. Egli scopre, allora, in un certo posto sopra al villaggio, una anziana donna che è ancora più sola di lui. Zelinda Icci abita con una capra una capanna non più grande di una cuccia per cani. Essa lava le interiora per una macelleria ed i panni sporchi in un canale. Talvolta avviene un difficile dialogo fra lei e il parroco: la vecchia Zelinda non ha più la forza di vivere ancora, e vuole la sua approvaizone per "in questo speciale caso, andarsene un poco prima e farla essa stessa finita".
Con mezzi estremamente semplici, il Comparoni, ci rende credibile il racconto di queste due persone che, in reale equilibrio con la natura ed il paesaggio, sono legati fra di loro dal silenzio e dalla disperazione. La disperazione della donna è profoonda ed assoluta e contiene già racchiusa in sè ogni pietà. Già, chi era Comparoni nella realtà? Egli aveva solo alcuni amici a Reggio Emilia, che si ricordano ancora di lui da vivo: la sua natura introversa, la sua scontrosità, le sue spiritose trovate, le sue pronte risposte e soprattutto il suo ardente desiderio di diventare un grande scrittore.
Comparoni non ha mai conosciuto suo padre, né ha mai saputo il suo nome. Prima della sua nascita, la madre lavorava come cassiera in un cinema, in seguito, essa guadagnava il necessario col leggere le carte e con la chiromanzia. Uno dei pochi amici di Comparoni mi racconta: "Essi vivevano, sua madre e lui, in un isolamento quasi completo, in una camera che fungeva da cucina, camera da letto e sala da pranzo. Oltre ad un gran letto, vi erano un paio di sedie, un tavolino ed un fornello. Egli riceveva noi, suoi amici, nell'androne. Una volta ho sbirciato attraverso la porta semichiusa in quella camera: vi era una bella confusione. Lungo i muri stava una riserva di legna accumulata per l'inverno per quel piccolo fornello. Nel tardo autunno sua madre chiudeva con una specie di gesso le fessure delle finestre ed in primavera le riapriva.
Comparoni voleva una cosa sola: diventare un grande scrittore. A quella amera non fu mai apportato alcun cambiamento, neanche dopo che termino' i suoi studi. Aveva studiato con una borsa di studio, ed aveva conseguito la laurea in lettere. Insegnava in una scuola media e dava anche lezioni private, che non poteva naturalmente dare a casa sua e quindi io gli prestavo una stanza del mio appartamento. Egli voleva guadagnare tanto da permettere a sua madre di non lavorare più, ma questo non gli riusci' mai. Cercava di passare attraverso la vita nel modo meno appariscente possibile. Non voleva che qualcuno a Reggio sapesse che egli scriveva. Aveva tredici anni appena quando vennero pubblicate le sue prime poesie. Quando l'editore venne a Reggio per fare la sua conoscenza, credette di essere preso in giro: li' davanti a lui stava un ragazzino coi pantaloni corti che sosteneva di essere l'autore delle poesie". Un altro amico racconta: "Quando l'editore Sansoni voleva pubblicare la sua foto, egli, veloce come un lampo, prese davanti al fotografo un paio di baffi e se li appiccico' sopra le labbra, si pettino' stranamente, mise una giacca di foggia strana e prese una strana posa".
Perchè sceglieva sempre pseudonimi diversi? "Io non lo so - prosegue il suo amico - di questo non parlava mai. Egli non reputava la sua opera mai sufficientemente buona da essere pubblicata col suo vero nome... voleva essere sicuro ... aveva paura della critica ...; riguardo a "Casa d'altri" era soddisfatto. Comparoni mi disse: "Zelinda, quella donna del mio racconto, è mia madre, questo lo capisci certamente". Egli meditava parecchio sulla morte, pensava spesso al suicidio, non nel senso che lo avrebbe mai tentato ... voleva diventareun grande scrittore. Le donne non hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, solamente sua madre e forse una pittrice: essa per lo meno fu inconsolabile alla sua morte... Era un ragazzo tranquillo, che passava la vita nella maniera meno appariscente possibile e si nascondeva dietro a diversi pseudonimi, mi disse una volta: "Se a Reggio ti chiedoo se sono io quello del libro devi negarlo. Io non voglio che qualcuno sappia che io scrivo". Di viaggiare non aveva alcuna necessità. Ando' a Firenze, a Roma per un esame, a Bologna, ma non si spingeva molto più in là.
Se togliamo ad Ezio Comparoni l'aureola di poeta morto in giovane età e paragoniamo la sua arte con quella dei suoi contemporanei: Vittorini e Pavese, allora ci colpisce negli altri un certo manierismo, una voluta semplicità che fu del tutto estranea al Comparoni. "Casa d'altri" è un racconto quasi perfetto, che occupa un suo posto nella letteratura italiana del secondo dopoguerra.
"Casa d'altri" di Silvio D'Arzo è apparsa in traduzione inglese in "Encounter" sol titolo "Exil a long story" ed in "Stories of modern Italy" (The modern Library, New York)

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