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Giorgio Bassani, 1971

in "Quaderno" del "Corriere della sera", 14 luglio 1971

"Lettere d'amore smarrite"

La letteratura fiorita in Italia nel secondo dopoguerra, a partire dalla Liberazione fino, all'incirca, agli inizi degli anni Sessanta, non fu mai sperimentale. Che fosse nuova, non so. Che fosse diversa, rispetto a quella che l'aveva preceduta lungo tutta la prima metà del secolo e "a motivo di questo", mi sembrerebbe non contestabile.
Era una letteratura, in ogni caso, che sull'onda del disastro nazionale, e sul niente succeduto a tale disastro, tentava di stabilire con la realtà italiana un rapporto profondo, insieme religioso e popolare. D'accordo: alle grandi mire, fatta eccezione, magari, per il solo "Gattopardo", non seguirono forse le grandi opere. Ma cio' che maggiormente venne meno, ormai bisogna ammetterlo, fu il conforto, l'aiuto, il consiglio di una critica non soltanto solidale sul piano pratico ma davvero congeniale, fraterna.
So bene; se fossi un vero storicista, non me ne dorrei. Mi basterebbe ricordare che la Storia è usa procedere fra massacri e ingiustizie, e che i recuperi, presto o tardi, avvengono sempre. Cio' nonostante, a riprova dell'assenza di una critica che accompagnasse da vicino il lavoro il lavoro della cosiddetta generazione di mezzo, ecco qua alcuni libri, apparsi appunto dopo il '48, e riconducibili, tutti, al clima morale della letteratura uscita dal travaglio della Resistenza, ai quali tocco' in sorte l'oblio più completo. Sono quattro (soltanto romanzi, o racconti lunghi, per questa volta): ma avrebbero potuto essere molti di più. Strani personaggi in cerca non già d'autore, bensi' di un minimo di comprensione, perchè mai non tentare - mi sono detto, tirandoli giù dallo scaffale dove tengo raccolti i volumi che prediligo - di rimetterli al mondo, di farli rivivere? Una volta sottratta alcontesto umano per cui fu creata, la poesia non è più niente. Non è che lugubre vaniloquio, e basta.

* * *

Sarebbe vano, suppongo, nell'Italia del 1971, domandare in giro di Silvio D'Arzo, e dell'unico libro importante "Casa d'altri", al quale si affida la sua memoria di scrittore. Chi fosse, lui, come persona, non so molto bene neanche io. Nato nel '20 a Reggio Emilia (si chiamava, in realtà, Ezio Comparoni), e sempre vissuto, più o meno, nell'area padana, fra Reggio, Parma, e Bologna, importa sapere che conobbe molto bene l'inglese, come attestano alcuni suoi saggi su Conrad, Lawrence, Hemingway, Scott Fitzgerald, usciti in rivista dopo il '45, che fu in corrispondenza con Emilio Cecchi e che durante la guerra, nel '42, aveva pubblicato da Vallecchi uno strano romanzetto, "All'insegna del buon corsiero", il quale, sebbene notato favorevolmente da più d'uno, era pero' rimasto affatto ignorato dal gran pubblico. E non del tutto senza colpa dell'autore, a essere giusti. A rileggerlo dopo trent'anni rivela molto chiara la sua matrice esclusivamente letteraria. Ci si sente dietro "Solaria", la Firenze squisita, un po' snob degli anni Trenta, e, in primo piano, l'ingombro di una lingua tanto più faticosa e astratta, quanto più pretende, viceversa, alla disinvoltura elegante, alla finezza disincantata e "mondaine". Un lavoro di scuola, in definitiva: e tale, tutto sommato, da non lasiar presagire sviluppi nè copiosi nè rilevanti. Importa anche sapere che "Casa d'altri" venne pubblicato per la prima volta da "Botteghe oscure" nel 1952: pochi mesi dopo la morte di D'Arzo, ucciso a soli trentadue anni da un linfogranuloma maligno.
"Casa d'altri" è un'operetta di scarso peso specifico: nemmeno cento pagine di una stampa rada rada. Eppure sono molto pochi, i libri, in tutta la letteratura del Novecento non soltanto italiano, che si siano impressi altrettanto fortemente nel mio spirito. Siamo a Monteli'ce, un paesetto sperduto tra le montagne dell'Appennino emiliano-ligure, a cui non si arriva nè in treno, nè in corriera, ma soltanto viaggiando a dorso di mulo: "sette case addossate e nient'altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale e montagne fin quanto ne puoi". L'anziano parroco del luogo non è nativo di li'. Vi capito' trent'anni fa, pieno, come tanti giovani, di fede, di slancio missionario. Ma poi, a poco a poco, nell'inedia dei giorni sempre uguali, nella sordità primordiale della minima comunità montanara dove fu destinato a vivere, anzi a vegetare, il "suo primitivo entusiasmo venne meno. Ingrassato, adesso è quasi un vecchio, tardo anch'egli di riflessi morali e sentimentali non meno dei suoi parrocchiani. E, come loro, aspetta una cosa sola: morire.
Quand'ecco, a scuoterlo dal suo torpore, un incontro imprevisto: la visita di un giovane prete di diciott'anni, parroco di fresca nomina a Braino, un villaggio distante qualche ora di cammino da Montelice: tale e quale, il gioovanotto, nel suo un po' buffo e iinsolente ardore di neofita, a come lui, il vecchio, era tanti anni fa. E subito dopo, un altro incontro: imprevisto anche questo, ma molto più strano e conturbante.
Sono anni che il nostro parroco non sente più niente di niente, non si accorge più di niente. Ma chissà. Sarà stata forse l'apparizione improvvisa del giovane pretge di Braino a scrollargli di dosso l'apatia: sta dil fatto che pochi giorni dopo, nel corso di una passeggiata solitaria lungo il crinale dei brulli calanchi che circondano il paese, egli nota, a un tratto, in fondo a un dirupo, una vecchia intenta a alavare dei panni. Ve la ritrova la sera seguente, sempre occupata a immegere i suoi stracci o le sue budella, va' un po' a sapere che cosa nell'acqua del canale, poi a torcerli e a sbatterli su un sasso: con movimenti sempre uguali, senza che mai le capiti di alzare la testa, e con una sua capra, brucante l'erba li' accanto, per unica compagnia.
Zelinda Icci, fu Primo - questo è il nome della veccha, - non risiede a Montelice. Vive in una capannuccia in muratura, discosta dal paese, ai limiti estremi della parrocchia: un isolato abituro, poco più grande d'un casotto da cane. Ma essa rappresenta ben presto agli occhi del nostro parroco, "prete da sagra", ormai - come, amaramente, si definisce egli stesso - una immagine cosi' eloquente di tutto il dolore del mondo, che nemmeno lui puo' impedirsi di registrarla, di sentirsene ferire. In breve: i due finiscono col parlarsi. La vecchia Zelinda, al termine di un estremo colloquio che avviene laggiù, sulla soglia di casa sua, gli chiede, dopo lungo esitare, di avere da lui, proprio da lui, il permesso di uccidersi. Ma puo', lui, prete, concedere un simile permesso ?
Evidentemente no. E cosi' la porta della casupola, "un uscio da riderci, senza neanche serratura o paletto", gli si richiude dinanzi, più difficile, ormai, a esser buttata giù, che non il portone massiccio del Vescovado, giù in città. L'occasione unica, suprema è sfumata per sempre. La casa è altrui: impossibile, adesso, valicarne la soglia. Adesso davvero - per la Zelinda, si', ma anche per il vecchio prete incapace d'amore -, non resta che morire: entrambi disperati.
Straordinario, senza dubbio, "Casa d'altri", nel paesaggio di una solennitù dolce e spoglia, da fondo oro, e nella robusta essenzialità con cui i personaggi sono scolpiti. Ma il suo valore più autentico risiede secondo me nella originalità con cui il vecchio tema novecentesco dell'aridità e dell'impotenza viene ripreso e ricantato. La prosa intensamente lirica, contesta di elementi decasillabici, fa pensare a quella della "Conversazione in Sicilia" di Vittorini, a Pavese, e agli americani, Hemingway in prima fila. Vero è, tuttavia, che a nessuno, prima di D'Arzo, era mai riuscito di riimmettere dentro gli schemi formali del duro estetismo manieristico come a tutta la narrativa moderna dopo l'età del Naturalismo, una tematica religiosa cosi' seria, cosi' sofferta: nemmeno al Gide apparentemente più sincero della "Symphonie pastorale" e della "Porte étroite".

GIORGIO BASSANI

Bassani, Giorgio (Bologna 1916- ), scrittore e poeta italiano. Il suo romanzo più famoso, "Il giardino dei Finzi-Contini" (1963), di cui diede una versione cinematografica Vittorio De Sica (1970), compendia tutti i suoi fondamentali temi narrativi: la memoria, la solitudine umana, la violenza della storia. Le sue opere - romanzi e racconti, alcuni dei quali ripresi in differenti stesure, con revisioni stilistiche e titoli diversi - hanno come teatro la città di Ferrara, alla cui antica e cospicua comunità ebraica, pressoché interamente sterminata dai nazifascisti, apparteneva la famiglia dello scrittore. Affidate a una prosa i cui modelli dichiarati sono Marcel Proust e Henry James, le vicende narrative coincidono con l'arco di vita dell'autore. Gli anni del fascismo, la guerra e le persecuzioni razziali, la Resistenza partigiana costituiscono il nodo storico entro il quale si muovono personaggi scandagliati nelle pieghe segrete di una condizione umana fatta di solitudine e diversità. Accanto al Giardino dei Finzi-Contini si ricordano "Cinque storie ferraresi" (1956), "Gli occhiali d'oro" (1958), da cui nel 1987 fu tratto un film con Philippe Noiret, e "L'airone" (1968).

"Bassani, Giorgio," Enciclopedia Microsoft(R) Encarta(R) 98. (c) 1993-1997 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

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