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Giulio Fornaciari, 1961

In "Gazzetta di Reggio", 11 maggio 1961

TUTTO SILVIO D'ARZO IN SPLENDIDA VESTE. "Nostro lunedi'" edito da Vallecchi raccoglie la intera produzione del compianto scrittore concittadino

"Tutto Silvio D'Arzo" (racconti lunghi, novelle, saggi critici, poesie)tutto cio' che il nostro Scrittore concittadino aveva lasciato stampato od anche semplicemente manoscritto quando, nel 1952, una tragica malattia lo stronco' a soli 32 anni di età, è stato raccolto e pubblicato nel bellissimo volume edito da Vallecchi e apparso di recente nelle librerie.
Precede il complesso della produzione darziana una prefazione critica del nostro Rodolfo Macchioni Jodi e la conclude uno scritto di Giannino Degani; entrambi, assieme anche ad un altro reggiano, Canzio Dasioli, sono stati - poi - benemeriti per l'Editore Vallecchi avendo amorosamente curato la raccolta e la collazione degli scritti precedentemente pubblicati e dei manoscritti.
Il nuovo volume è stato recensito da illustri cultori dell'arte narrativa. Non possiamo illuderci, per cio', pensando che le nostre parole possano avere un qualunque peso di influenza nei confronti della opinione pubblica e, d'altronde, siamo ben lontani dalla pretesa di assumere posizioni nei confronti di Silvio D'Arzo diverse da quella che è, naturalmente e spontaneamente nostra: d'amici, cioè, che personalmente lo hanno conosciuto, amato, e che lo ricordano con infinita malinconia. Un semplice omaggio di amici - dunque - in queste nostre righe dedicate al volume che di lui ripresenta tutta l'opra: un ricordo affettuoso di colleghi anche. Giacchè per qualche tempo, nel Giornale cittadino che immediatamente precedett il nostro attuale, Silvio D'Arzo fu dei nostri e anche in seguito, quando si era dato all'insegnamento, di frequente tornava a farci visita laggiù, negli ambulacri di via Sessi, per far quattro chiacchiere in compagnia.
Erano "chiacchiere" per modo di dire. Il nostro Amico, se pur forse ancora ignorando la tremenda malattia che già gli succhiava il sangue, era di carattere e temperamento taciturno. Pallidissimo e triste, gli piaceva, pero', vivere ancora nel brusi'o tutto sussulti e imprevisti che regna, specialmente verso le ore notturne, nelle Redazioni. Sedeva in un angolo, sfogliava qualche giornale, ascoltava, talvolta - raramente assai - sorrideva. Noi, d'altra parte, nei suoi confronti non eravamo in piena confidenza. La confidenza esige un certo piano di parità o, comunque, di equilibrio di statura e troppo bene sapevamo dei successi che cominciava proprio allora a riscuotere in campo nazionale Silvio D'Arzo per permetterci con lui qualunque anche scherzoso accorciamento di distanze.
Adesso la sua Figura ci riappare agli occhi dalle pagine di "Nostro lunedi'". E' un commovente ritrovarci con lui, ma ben diverso da quello di un tempo. Adesso più compiutamente possiamo veder addentro all'arte sua, assai meglio di quanto non ci avvenisse dieci anni fa, quando "Casa d'altri", il suo capolavoro, non l'avevamo ancora letto. E con l'ammirazione accresciuta e col rimpianto sempre più cocente per la fine di lui tanto immatura, quella confidenza od amicizia che non ardimmo professare quando era vivo ci sembra poter nutrirle ora per il povero Silvio D'Arzo del quale, meglio che non abbia potuto avvennire durante le sue mute soste in nostra compagnia dentro la buia Redazione di via Sessi, avvertiamo rivelarsi la voce, la sensibilità, l'accorata presenza, la luminosa fantasia.
"Nostro lunedi'" sarà - dunque - uno fra i volumi da tenere costantemente a portata di mano. Ritroviamo, in esso, anche prescindendo dall'autentico valore dell'opera darziana, motivi che ci sono personalmente cari.
Nel volume - come abbiamo detto dianzi e come, del resto, è noto - è compresa "tutta" la produzione del nostro giovane Scrittore. "All'insegna del buon Corsiero", un "racconto lungo" che D'Arzo compose quando aveva diciotto anni ne apre la serie che segue il criterio di raggruppare i componimenti a seconda della loro struttura prescindendo dalle date: i "racconti lunghi" prima, poi altri racconti, poi alcune poesie, poi i saggi critici. Si inserisce, a un certo punto la prefazione del romanzo che D'Arzo aveva concepito, ma che non potè stendere: "Nostro lunedi'" e da questo scritto Vallecchi ha desunto il titolo generale. A proposito dell'ordine prescelto nella successione delle varie opere, non esitiamo a dire che ne avremmo (giudizio personalissimo e alcquanto sommesso) preferito un altro; quello cronologico, per esempio, che, forse, avrebbe meglio potuto darci modo di seguire la evoluzione dell'Autore dai suoi primi saggi a "Casa d'altri". E' indubitato - infatti - che una sensibilissima differenza si avverte - come anche è inevitabile nel ragazzo che si fa uomo - fra gli scritti cronologicamente fluiti primi e quelli che D'Arzo firmo' per ultimi: una differenza tanto essenziale da non potersi fra essi stabilire qualunque legame, sia di carattere concettuale, sia sotto l'aspetto propriamente materiale. Si direbbe, a proposito del "Buon Corsiero" e di "Casa d'altri", per prendere il primo e l'ultimo dei "racconti lunghi", che due mani assolutamente diverse li abbiano stesi. Una scrittura squisita, ma meditata, complicata, compiaciuta di certi minimi particolari, nel primo racconto; uno stile di eccezionale vigore, scabro, asciutto, essenziale nell'ultimo. Una "esercitazione stilistica" - insomma - nel "Buon Corsiero" che, a parte quel magico creare di atmosfere fiabesche, rivela un progredire lento, meticoloso, in certo modo frammentario, mentre in "Casa d'altri" si scava nel vivo delle anime con implacabile efficacia, tutta essenza, senza indulgenza alcuna. Una trina di seta fin troppo rabescata il primo "racconto lungo"; un blocco di marmo splendidamente sbozzato l'ultimo.
Forse - si ripete - se fra l'uno e l'altro fossero stati inseriti i componimenti che il criterio cronologico poteva consigliare, la progressione dal puro compiacimento estetico alla narrazione veramente sofferta sarebbe stato meglio comprensibile.
Altro appunto non sentiamo sinceramente di poter muovere all'Editore Vallecchi: lodi - per altro - si', e molte: per la splendida veste tipografica, per la cura minuziosa di lui e dei suoi collaboratori nella collocazione dei vari componimenti, tenendo presente che alcuni - come si è detto - furono lasciati manoscritti o in bozza non ancor emendata dall'Autore.
Quanto alla prefazione di Rodolfo Macchioni Jodi, ci consenta il nostro giovane studioso di annotare - pur riconoscendo la sua dedizione e il suo impegno - un ricorso eccessivo al "gergo critico" (vogliamo chiamarlo cosi'?) per cui on poco del suo scritto si rivela involuto e - diciam pure - a tratti incomprensibile almeno a chi non abbia confidenza coi ferri del mestiere.
Purtroppo è vizio questo che prende a delinearsi un po' dappertutto nel campo della critica; letteraria, artistica, teatrale, cinematografica che essa sia. Sembra che i critici si beino di appartenere ad una loro conventicola chiusa e impenetrabile. Se la godono un mondo nel rendersi sempre meno avvicinabili da parte di chi dovrebbe, invece, poter approfittare della loro opea. Come bizzarre guide alpine che, consapevoli loro soli di certi segreti, se ne vanno di balza in balza, incompresibilmente agili agli occhi dei "clienti". I quali, sprovveduti, debbono rimanersene ai piedi della salita; guardare in alto e "immaginare" per via indiretta quelle bellezze ad ammirare le quali avrebbero pieno diritto di esser condotti per mano.

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