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Pietro Citati, 1961

"Il Giorno" 31 marzo 1961

"Raccolta tutta l'opera di Silvio D'Arzo, una delle rivelazioni del dopoguerra" SCRISSE UN RACCONTO PERFETTO E MORI' A TRENTADUE ANNI

Nato a Reggio Emilia nel 1920, Silvio D'Arzo vi mori' di leucemia, quando non aveva ancora compiuto i trentadue anni. Lui che si nascondeva in ogni modo, mascherava il suo nome, detestava parlare di sè, avrebbe forse scritto che, nella sua vita, non erano accaduti altri fatti di rilievo. Gli era capitato di nascere e di morire, ecco tutto. Tra una data e l'altra, aveva letto moltissimo.
A quindici anni - faceva ancora la prima liceo - aveva pubblicato un libro di racconti ("Maschere: racconti di paese e di città") e uno di poesie ("Luci e penombre"). A vent'anni compose un romanzo, "All'insegna del buon corsiero", che stampo' due anni più tardi da Vallecchi. Racconti e saggi invio' allora e ne dopoguerra a giornali di provincia, e alla rivista "Paragone". Attorno al 1948 scrisse il racconto a cui rimane legato il suo nome: "Casa d'altri", che venne pubblicato solamente dopo la sua morte. Tutti i suoi racconti, i suoi saggi, le sue poesie sono ora raccolti in un grosso volume, a cura di Rodolfo Macchioni Jodi, sotto il titolo "Nostro Lunedi'" (Vallecchi editore).

UN LIBRO INCANTEVOLE

Da Reggio Emilia non si era mosso quasi mai. Tra il 1937 e il 1941 andava ogni tanto a Bologna, a due passi da casa, per seguire le lezioni e sostenere gli esami alla facoltà di lettere. Laureatosi nel 1941, prese subito ad insegnare. L'8 settembre 1943, quando era a Barletta, destinato al fronte egeo, i tedeschi catturarono il suo reggimento, e lo avviarono in Germania. Ma D'Arzo riusci' a fuggire, insieme ad un amico, e a raggiungere la madre. Nel dopoguerra riprese l'insegnamento a Reggio Emilia; e se ne allontano' soltanto per andare a Roma, dove lo aspettavano gli esami di concorso, e a Firenze. Ma chiuso in una città di provincia, quasi senza amici, senz'altra vera compagnia che i suoi libri, D'Arzo era assai più vicino ai propri tempi di tanti che li accompagnavano, li seguivano, li guidavano per professione. Come accade a chi ai propri tempi non pensa o ci pensa di rado, egli possedeva quella rarissima, miracolosa tempestività, che permette di precederli silenziosamente e senza dare nell'occhio.
Tra Zavattini e Vittorini, pieni di atteggiamenti e di cattive maniere, i suoi racconti giovanili persuadono ed interessano poco. Mentre "All'insegna del buon corsiero", scritto nel 1940, è un libro incantevole, D'Arzo raccoglieva amorosamente i simboli più chiassosi ed amabili della vita settecentesca: poverose diligense signorili, fragorose cucine, cortili di locande di campagna, comici vagabondi, spavaldi ed estenuati lacchè, serve innamorate, vesti preziose color rosa-colombo, verde-pallido, viola. Ma poi li' tra Stevenson, Goldoni e Stendhal, insinuava i suoi dolce paesaggi padani, tralci di edera sui muri, sguatteri che ammazzano conigli, ragazzi che giocano sul piazzale eroboso della chiesa. E, alla fine, questa vita insieme letteraria e reale la immergeva in improvvisi trasalimenti, felicità strane, languori, soavi inquetudini, lune troppo verdi, e l'intrecciava alle vicende, tra angeliche e diavolesche, del misterioso Funambolo che avrebbe dovuto attraversare, su una corda tesa, la grande piazza del paese.
Libri come questo non erano forse rari in quegli ani, quando la giovane letteratura italiana contiunava a difendere le sue celestiali immaginazioni dagli orrori ormai prossimi della guerra. Nè D'Arzo possedeva ancora quella sapienza letteraria, che gli avrebbe consentito di fondere, senza errori, i fili disparati delle sue "féeries". Ma che importa, alle volte, la sapienza letteraria! Di tanti libri di quegli anni, in apparenza simili al suo, scritti con sottigliezza e con acume, non è quasi possibile soportare la lettura, tanto ci sembrano vittime della loro maniera. Mentre il romanzo del timido, scontroso ragazzo di provincia era gremito quanto si vuole di immagini e di colori non suoi; ma per una volta, infine, codesta letteratura affondava davvero nell'innocenza di una vita.

LA VERA RELIGIONE DELLE LETTERE

Per quanti ragazzi come lui, chiusi, aggrovigliati, solitarii, la letteratura poteva significare "tutto": un cielo irraggiungibile, uno schermo infinitamente lontano, trasposto, che rifletteva cose che non lo riguardavano e non avevano rapporti con lui, ma tuttavia esprimevano la sua vita. L'unica vera "religione" delle lettere è forse questa, cosi' impura, e terribilmente infantile. L'altra, quella che permette l'ironia, il gioco delle distanze, la stilizzazione, nasce quando con la vita, si sono prese ormai le distanze giuste: la teniamo lontana: non la desideriamo e non ne abbiamo paura; conosciamo i suoi limiti e le nostre misure. Ma D'Arzo, allora, queste cose le intuiva appena. Credeva soltanto ai suoi libri; e li viveva. E con un abbandono, una tenerezza, una soffice, amabile felicità, che non finiscono di meravigliarci, raccontava i suoi sogni: intrecciava, come Stevenson nell"Isola del tesoro", l'idillio della realtà e l'idillio della poesia; le sue morbidisseme, soavi disperazioni con uno sguardo già netto, limpidamente infantile e limpidamente maturo.

***

Nell'immediato dopoguerra l'attività critica di D'Arzo sembro' soffocare quella creativa, anche se la stava invece preparando e maturando in se stessa. Sul "Contemporaneo", sul "Raccoglitore" di Parma, sul "Ponte" e "Paragone" egli pubblicava i suoi bellissimi saggi, specialmente attorno a scrittori anglosassoni: Stevenson, James, il colonnello Lawrence, Conrad, Hemingway e Maupassant. Come ogni critico vero, D'Arzo non insegnava, non educava, si nascondeva, non parlava di sè. Cospargeva i suoi saggi di insinuazioni morali, alle qualli affidava la sua futura fisionomia di scrittore: "a ogni uomo puo' tranquillamente capitare ogni cosa", "non chiudere mai gli occhi di fronte alla realtà per quanto vile o ingrata o degradante", "esiliati qui in terra e nessun cielo sul capo", "il sentimento virile della vita", "nascondersi dietro i fatti".
Sono, come ognuno vede, le massime tipiche dello stoicismo moderno, la maschera quasi professionale dei romanzieri dopo Flaubert. ma i suoi maestri erano giunti a questo ideale dopo infinite esplosioni romantiche, sprechi, grovigli, tumulti, dopo aver tutto visto, sofferto e capito. La rinucia, la virile accettazione del dolore, l'impassibilità, l'onesta pazienza - erano diventati, per loro, l'ultima trincea che resiste alle delusioni; o almeno l'estrema illusione, alla quale non potevano rinunciare, a cui fingevano di credere, e che coltivavano e nutrivano col proprio respiro e col proprio sangue, proteggendola dagli irreparabili venti del mondo.
Lo stoicismo, la sobria accettazione di cui parlava D'Arzo non erano altro, invece, che il rovescio patetico del suo sogno infantile. Cosi' ugualmente gracile e fragile, la sua "maturità" era quella di un ragazzo ancora immaturo, che aveva sofferto atrocemente e senza misura, e ora si riparava, dietro questo nuovo schermo, questo ideale ancora giovanile e libresco. In questi anni, D'Arzo imparo' a costruirsi uno "stile". Dai suoi amati scrittori desunse un piglio letterario, anche troppo stilizzato, al quale obbediscono i suoi racconti come i suoi saggi: confidenziale, ironico, allusivo, talora realistico, volutamente spigliato ed obbiettivo. Era un artificio, se si vuole; perfino patetico, per qull'ostentazione di mondana facilità e di comunicativa, dietro alla quale celava una solitudine come prima senza rimedio.
Ma quando mai, d'altra parte, la famosa "obbiettività" degli scrittori moderni, l'impassibile attenzione ai fatti realli, sono nate da una diretta e immediata presenza alle cose? I narratori moderni hanno sempre dovuto ricorrere a queste complicate trasposizioni, a questi capovolgimenti totali, a queste maschere che indossano di fronte alle cose, senza apparentemente battere ciglio. Fra D'Arzo e il suo stile, tra la sua figura e quella del vecchio, bonario parroco di campagna rimane - non vi è dubbio - un divario incolmabile, come quello che puo' intercorrere tra persone di razza diversa. Ma proprio per questo "Casa d'altri" è un racconto cosi' profondo e struggente. D'Arzo era riuscito a nascondersi dietro quel piglio stilistico, si era allontanato e trasposto in quella figura; e ora poteva esprimere, finalmente, le sole cose che stavano veramente a cuore alla sua dolorosa giovinezza: la solitudine, la crudeltà della vita, la morte. Ma senza un trasalimento: con una serenità che riesce tanto più triste e angosciosa.
Non trovo, come qualcuno, difetti ed imperfezioni in "Casa d'altri"; cosi' a lungo D'Arzo doveva aver maturato e coltivato in se stesso questo racconto. La poetica, stilizzata essenzialità del paesaggio: i rimbalzi allusivi del dialogo: la continua elusione dei fatti: gli ampi margini di silenzio. persino gli artifici dello stile: la gradualità della costruzione: la tensione calma e auqsi intollerabile delle domande - noonn vi è elemento, nonn vi è nota, che nonn arricchisca la forza simbolica di questo perfetto racconto "oggettivo". Ma, alla fine, chi puo' ancora distinguere uno "stile"? Ascoltiamo soltanto il sublime dialogo che si intreccia, nell'oscuro paese della montagna emiliana, tra il vecchio prete ela vecchia Zelinda Icci, che è stanca, vuole morire, e chiede se, almeno una volta, "in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno puo' avere il permesso di finire un po' prima". "Anche uccidersi...si' - spiego' lei con una tranquillità da bambina".

Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, nacque il 6 febbraio del 1920 a Reggio Emilia e mori', di leucemia, il 30 gennaio del 1952. Si laureo' in lettere all'Università di Bologna ed esercito' l'insegnamento nella sua città natale. Nel 1942 pubblico' un libro di racconti: "All'insegna del Buon Corsiero". Non ci furono, poi, nella sua breve vita, avvenimenti straordinari: solo la fuga, nel settembre del '43, da una tradotta in cui, con altri ufficiali, catturati dai tedeschi a Barletta, era stato avviato verso i campi di concentramento. Tornato a Reggio Emilia, riprese i suoi studi. Finita la guerra pubblico' - sempre nascondendosi sotto vari pseudonimi - saggi critici su diverse riviste letterarie, da "Paragone" al "Ponte" al "Contemporaneo"; e diversi racconti, fra cui "Casa d'altri", che fu scelta da Blasetti per uno degli episodi del film "Tempi nostri".

PIETRO CITATI
71 anni

Citati, Pietro (Firenze 1930- ), critico letterario, narratore e saggista italiano. Collaboratore di riviste quali "Il Punto", "L'Approdo", "Paragone" e di quotidiani tra cui "Il Giorno" e il "Corriere della Sera", ha diretto con altri la collana di testi classici della Fondazione Valla per l'editore Mondadori. Autore di saggi critici dedicati alla letteratura antica e moderna raccolti in vari volumi (da "Il tè del cappellaio matto", 1972, a "Il sogno della camera rossa", 1986), ha scritto alcune monografie di successo dedicate a grandi personalità della letteratura, in cui sapientemente si intrecciano biografia, romanzo e saggio: tra queste, "Goethe", 1970; "Vita breve di Katherine Mansfield", 1980; "Kafka", 1987; "La colomba pugnalata", 1995, dedicata a Marcel Proust.

"Citati, Pietro," Enciclopedia Microsoft(R) Encarta(R) 98. (c) 1993-1997 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

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