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Saverio Bruschi, 1961

in "Corriere della sera", 13 agosto 1961

Ricordo che nel lontano 1952 mi capitò fra le mani un piccolo volume. Non so bene se fu un amico a prestarmelo oppure dopo averlo letto, fui io stesso a passarlo a questo amico. Era proprio "Casa d'altri" di Silvio D'Arzo: un'edizioncina modesta e un autore a me ignoto. Ma ricordo che corse questo giudizio fra me e l'amico: "E' un racconto scritto magnificamente. Un autentico gioiello di narrativa". Poi il nome di D'Arzo mi tornò in mente in un tempo successivo, quando, approfondita la mia conoscenza su questo scrittore attraverso ricerche varie, seppi che in realtà si chiamava Ezio Comparoni; che era nao nel 1920 a Reggio Emilia, che aveva avuto una giovinezza piuttosto infelice, che si era laureato in lettere e aveva scritto numerosi saggi su riviste e giornali. E soprattutto aveva pubblicato quello stupendo racconto. E seppi anche che era morto a soli trentadue anni, nel 1952.
In tutti questi anni ho pensato spesso allo strano destino di Silvio D'Arzo scrittore. Mi stupivo che il silenzio l'avesse seppellito. Mi chiedevo perchè mai la critica italiana, tanto pronta per il solito, ad accalamare i "casi", non pensava piuttosto a riportare attuale uno scrittore d'indubbio valore come lo fu, lo è Silvio D'Arzo. Ecco ora, finalmente, grazie all'editore Vallecchi di Firenze, il volume dell'opera completa di Silvio D'Arzo col titolo "Nostro lunedi'". Siamo certi che l'iniziativa dell'editore avrà pieno successo e la critica sarà ora moralmente obbligata a studiare meglio quanto lo scrittore, nella sua breve vita, ci ha lasciato. E siamo certi che il pubblico tributerà un consenso pieno a questi mirabili racconti e ai numerosi saggi.
Rodolfo Macchioni Jodi ha curato con amore e lucida esattezza il testo raccogliendo i racconti lunghi, i racconti, le poesie e i saggi. Giannino Degani ha offerto una commevente testimonianza sull'amico scomparso: essa chiude le quattrocento e più pagine della elegante edizione vallecchiana. Macchioni Jodi premette un ampio sudio su D'Arzo. Tanto esauriente e ricco di spunti critici e riferimenti storici, da costituire un serio invito a continuare e intensificare l'esame dell'opera darziana.
A quindici anni già erano stampate certe novelle di D'Arzo, dove ovviamente riecheggiavano motivi stilistici e di contenuto cari al periodo fra le due guerre mondiali, che si riferisce al bozzettismo d'evasione e alla prosa d'arte. Proprio Vallecchi nel 1942 pubblicò "Alla insegna del Buon Corsiero" (incluso nella presente edizione): un racconto lungo dove il D'Arzo offriva già una diversa misura di sè. Dove quantitativamente la sua prosa lasciava intendere d'avere una notevole sorprendente autonomia. La qualità era di quella buona: lo scrittore ancora guardava a modelli: opportuno è il riferimento a Bonsanti. Ma io non credo eccessivo richiamarci anche al migliore Arturo Loria e alle prime esperienze di Bilenchi; ma in lui c'era già una vigorosa coscienza artistica moderna. Rivolto al personaggio nella sua autonomia assoluta si', ma capace anche di prender contatto sol mondo reale, seppure nelle sue rappresentazioni formali. Uno stile quasi prezioso, dove la memoria giocava ruolo primario. Una prosa carica di suggestione dove si sente continuo il fermento di germi nuovi. Epigone, in quella prima esperienza di un mondo fra il decadente e il crepuscolare, ma tenacemente deciso a reagire all'ermetismo, Silvio D'Arzo continuò a scrivere i racconti venuti dopo quello citato da "I morti delle povere case" del 1940 a "Fine di mirco" del '40 ancora, alla "Elegia per la signora Nodier" del 1947 fino a "Alla giornata" del 1957 e altri, hanno una linfa nuova, una struttura meravigliosamente complessa ma chiara. Silvio D'Arzo ha condotto una battaglia accanita con se stesso e con la vita. Nel suo lavoro è reperibile il dramma delle generazioni che hanno vissuto in piena giovinezza la tragedia fascista: oltre alla guerra, anche la carenza culturale e artistica. E D'Arzo è fra quelli che da tale tragedia si è salvato artisticamente - come i Vittorini, i Pavese e in genere i "traduttori" - col ricercare tematiche genuine, di derivazione chiaramente umana e popolare innestandovi l'esperienza favolosa e originale dell'America. Come saggista, egli indagò tutta la narrativa del nuovo mondo: dal De Foe a Henry James, da Stevenson (che ra il suo autore preferito), da Conrad a Hemingway. E da ciascuno di questi scrittori assimilava si' qualcosa dello stile e del taglio crudo e quanto mai efficace della pagina, ma anche, e soprattutto da essi prendeva lezioni di vita, di comportamento, di verità senza avere diaframmi intellettualistici. Cosi' riusciva ad affrancarsi completamente dai pericoli di una chiusura nazionalistica che a quell'epoca significava provincialismo e rassegnazione. Il suo problema di uomo solo nella società (D'Arzo non risolse mai completamente tale problema: certo gliene mancò il tempo) costituisce il nucleo centrale dei racconti. Il personaggio darziano si muove sempre senza mai potersi liberare del proprio destino: solo attraverso i racconti del periodo '45-'50 eppoi già evidentemente in "Casa d'altri", il personaggio trova riferimento umano e condizionamento con la vita circostante. Silvio D'Arzo aveva vissuto il periodo precedente alla guerra ancora chiuso in una visione che aveva parecchio di letterario. Ma l'urgenza di mutare orizzonte si era fatta prepotente in lui. Ed è qui forse la ragione dela sua ideale congiunzione di gusto e cultura con Vittorini e Pavese. Che è accettazione dei tempi nuovi. Più ricco e potente lo stile, originale e personalissimo (si notino gli inizi potenti dei raccconti, anche nelle estenuate varianti) nella disposizione verso la realtà, D'Arzo fu tuttavia in polemica - talvolta anche accesa - col neorealismo. Lui che era - come osserva giustamente Macchioni Jodi - sostanzialmente un umanista per la rigorosa concezione della vita umana che aveva, non poteva accettare del tutto gli entusiasmi di una poetica che molto doveva alle particolarità di circostanza. Cosi' la sua pagina trova un giusto e sereno equiibrio. "Casa d'altri" è certo una delle opere più riuscite in questo senso: dove nulla è concesso all'esasperazione sperimentale delle mode o delle teoriche. Un realismo autentico dove gli essere umani si muovono disincantati eppure senza abbandoni, con una loro ferma, altera dignità interiore. E nel contempo una vibrante atmosfera poetica che tende a dissolvere il fatto in modo quasi fiabesco, scontato sul piano della memoria e del sentimento. James e Hemingway sono reperibili al fondo della pagina darziana. Del primo è seguito il metodo d'indagine psicologica e l'autonomia rispetto agli accadimenti. Del secondo è seguita la disposizione a rendere precaria, ma sommamente avventurosa la vita del singolo che si trova a vivere in maniera "accidentale" in una vita assurda. Del passato, D'Arzo rifiuta quasi tutto: ironizza su se stesso, in quella prefazione al romanzo non scritto "Nostro lunedi'" (pagine ricche che fanno immaginare di quanto ancora l'autore era capace!), criticando l'atteggiamento dei giovani intellettuali fra il '30 e il '40: "...Dicevamo 'provveduto' ed 'istanza' ('messaggio' venne fuori più tardi): dicevamo 'casto' e 'remoto' e 'lunare', e altre parole perfino più astemie: per lo più, parlavamo di bambini o di sogni o di angeli...". Ed è questo il rifiuto di ciò in cui prima aveva creduto. La nuova realtà la definisce cosi': "Sei anni falsi in sostanza. Niente in fondo è più falso di un fatto in se stesso. I miei due anni veri furono invece il '49 e il '50 quando presi a scrivere questo romanzo. Non solo: ma cosi', ora per ora, scrivendo, mi diventarono veri anche gli altri. Li ricuperai. E' la parola. E io, ripeto, non chiedo di più. Niente al mondo è più bello che scrivere...".
"Casa d'altri" aveva già segnato un culmine, ma è cccerto che una ulteriore modificazione era subentrata negli anni successivi, quando D'Arzo stese la prefazione a "Nostro lunedi'". La morte purtroppo lo colse all'improvviso non permettendogli nemmeno d'iniziare il lavoro a cui tanto teneva.
Credo che un'attenta lettura di questo volume, rivelerà cose nuove su Silvio D'Arzo e definirà il suo ingresso nella storia della narrativa di questo secolo. Se pensiamo al breve arco della sua vita, l'esperienza di scrittore e la profondità a cui essa era pervenuta con l'ausilio di una rara intelligenza, l'opera di Silvio D'Arzo assume caratteri eccezionali. Ma è proprio giunto il momento di eliminare la pietosa e pericolosoca insidia della leggenda e riportare alla lluce queste pagine che costituiscono uno dei più validi esempi della nostra narrativa del periodo 1935-1950. In queste pagine possiamo ritrovare un altro elemento valido per studiare l'influsso degli americani sulla nostra narrativa, le ragioni che indussero i nostri a cercare in essi una via di uscita e come questo influsso riusci' a innestarsi sulla nostra tradizione. Un aspetto della nostra narrativa, questo, mi sembra non ancora del tutto chiarito in sede storico-critica.

(*)Bilenchi, Romano (Colle di Val d'Elsa, Siena 1909 - Firenze 1989), scrittore italiano.
L'esordio fu legato alla rivista il "Selvaggio" di Mino Maccari: il romanzo "Vita di Pisto", che ha come protagonista il nonno garibaldino dello scrittore, usci' per le edizioni della rivista nel 1931. Si può considerare un testo giovanile anche la "Storia dei socialisti del colle" (in volume nel 1933 con il titolo "Cronaca dell'Italia meschina"), apparso su "Il Bargello", una testata legata al fascismo di sinistra delle origini. Con il romanzo "Conservatorio di Santa Teresa" (1940) e con "Anna e Bruno" e altri racconti (1938) Bilenchi diede prova di grande maturità espressiva, confermata dall'essenziale eleganza dei testi narrativi "La siccit" (1941), "La miseria" (1941) e "Il gelo" (1983), che costituiscono un trittico di alto livello letterario. Le sue collaborazioni apparvero quindi su testate come "Letteratura", "Campo di Marte" e "Primato"; dopo la seconda guerra mondiale l'attività giornalistica fu particolarmente intensa; riprese peraltro l'attività di scrittura, anche se a ritmi non serrati e dedicandosi soprattutto alla revisione di testi già scritti (i Racconti sono del 1958). Nel 1972 "Il bottone di Stalingrado" vinse il premio Viareggio. Le opere più recenti sono "Amici" (1976), "Il gelo2 (1982), "Cronache degli anni neri" (1984), "Tre racconti" (1989).

"Bilenchi, Romano," Enciclopedia Microsoft(R) Encarta(R) 98. (c) 1993-1997 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

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