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Eugenio Montale, 1954

in "Letture" del "Corriere del sera", 10 marzo 1954

"Silvio D'Arzo"

Silvio d'Arzo, al secolo Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia, nel 1920, ivi morto nel '52, è oggi un autore di cui si parla, sebbene la sua notorietà sia piuttosto affidata a una tradizione orale che alle dotte carte dei critici. Temperamento di solitario, il D'Arzo visse sempre a Reggio con la madre e non se ne allontanò che rare volte, per visitare Firenze e Roma. A quindici anni, nel '35, pubblicò un primo libro, "Maschere", e più tardi, nel '48, un racconto, "All'insegna del buon corsiero". Conoscitore della lingua inglese, nel dopoguerra, dette a riviste saggi su Conrad, Stevenson, James, Kipling e Maupassant. Nel '52 "Botteghe oscure" ospitò un suo racconto lungo, "Casa d'altri" che mesi fa è uscito in volume (ed. Sansoni, Biblioteca di Paragone). Nell'ultimo numero di "Encounter" (febbraio 1954) questo racconto è apparso in versione inglese, a cura di Bernard Wall.
"Casa d'altri" è, anche secondo l'avviso di chi conobbe l'autore, il solo libro vitale del D'Arzo; sufficiente, insieme coi saggi citati, a lasciare durevole ricordo di un ingegno veramente originale. Si inserisce in quella tradizione del "racconto lungo" che in Italia attecchisce male, forse perchè da noi mancano le riviste adatte (i grandi magazines) e la terza pagina dei quotidiani non può accogliere che brevi bozzetti. Il racconto lungo nei suoi migliori modelli (valga per tutti "Il racconto d'uno sconosciuto" di Cecov e "La bestia nel jungla" del James) è a mezza via fra il romanzo breve e la prosa poetica. Come genere si potrebbe affermare che non sopporti l'affastellamento dei fatti (ma che dire del Kleist ?) e le troppe scoperte ricerche verbali. Punta soprattutto su effetti di ritmo, su pause, su un uso sapiente della così detta "durata". Solo un artista o un lettore di spirito meditativo può abbordare un tipo simile di racconto. Esso rappresenta poi addirittura l'ideale per quei narratori che si sentono tropo poeti per accettare le inevitabili imbottiture del romanzo a lungo metraggio.
"Casa d'altri" è, in questa direzione, un racconto perfetto. Si svolge in un nudo villaggio del nostro Appennino. Personaggi, un vecchio prete e una vecchia lavandaia, sola al mondo distrutta dagli anni e dalla fatica. Lei vorrebbe uccidersi ma è religiosa e sente che le occorrerebbe una "dispensa eccezionale" dal prete, un'autorizzazione. Gli si confida in modo assai evasivo e non formula che tardi la sua straordinaria richiesta. Il prete si scandalizza e i due non si vedono più. Infine la vecchia muore (a quanto pare di morte naturale) e il prete fa venire da Bobbio le prefiche, le piagnone salariate che devono vegliare la salma.
Avreste scritto voi un racconto su un argomento simile? Io no, voi forse neppure. Sono i casi in cui l'opera d'arte si rivela, per tre quarti, come un fatto di buona fede, di fiducia. Ottanta pagine a stampa, forse quaranta di dattiloscritto; una partecipazione vasta ma non oziosa del paesaggio, una calda solidarietà si tutte le cose create, la consapevolezza di esser giunti ai limiti di quelle colonne d'Ercole oltre le quali sono i "leones" dell'inesprimibile. In tali condizioni d'arte (e di spirito) ben si comprende come morire a trentadue anni sia stato, da parte di D'Arzo, una ultima manifestazione del suo infallibile e religioso, "sentimento del tempo".


* la pubblicazione di questo articolo nella rubrica "Letture" ha suscitato un proliferare di articoli e recensioni anche da parte di persone di un certo rilievo:
la settimana dopo Crovi ne "La Libertà"
due mesi dopo G.Zanelli ne "Il Resto del Carlino"
** "Casa d'altri", Sansoni, Firenze, 1953 (Biblioteca di Paragone, VI)

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