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Enrico Falqui, 1953

in "Il Tempo", 27 giugno 1953

Una strana storia

Sta diventando consuetudine che molti dei nostri buoni cosiddetti "racconti lunghi" trovino posto dapprima nei quaderni della aristocratica rivista "Botteghe oscure" e, ristampati in volume, riottengano poi, aumentato, il successo cui subito furon fatti segno. Non accadrà lo stesso per "Casa d'altri" di Silvio D'Arzo, ora che riappare nella "Biblioteca" di "Paragone" (Sansoni, Firenze, 1953)? A temperar la letizia per la sorpresa provocta da un simile racconto fu da principio la notizia che il suo giovane autore era già morto.
"Casa d'altri" non è un "primo libro": già nel '35, quindicenne, l'Autore aveva pubblicato una raccolta di racconti ("Maschere": Carabba, Lanciano) cui nel '42 aveva fatto seguito con un romanzo scritto fin dal '38 ("All'insegna del Buon Corsiero": Vallecchi, Firenze): senza contare i libri per ragazzi, messi a riparo sotto i più diversi pseudonimi. Perchè un'altra singolarità del D'Arzo (il cui vero nome fu Ezio Comparoni) consistette nel ricorrere, ogni volta, in verso e in prosa, cosi' nell'inventiva come nella critica, a un differente pseudonimo onde poter svolgere un'esperienza con libertà, senza l'impaccio di alcun controllo, oltre quello della sua stessa impazienza e insoddisfazione. Ma cio' non stava anche a dimostrare quanto ampia fosse la sua versatilità, in aggiunta al coefficiente di spiccata precocità? D'altronde, ad attestare del suo virtuosismo, non contribuivano anche i risultati ?
Scritto durante la guerra e rielaborato nel '48, "Casa d'altri" è purtroppo un "ultimo libro" e con la sua misura offre testimonianza di un dono poetico non inferiore all'accorgimento tecnico, di una ricerca espressiva non inferiore alla finezza psicologica. E la storia che vi si racconta è piuttosto strana.

Nel lunare squallore di un perduto borgo montano, un vecchio prete tirava avanti la vita. Stanco e scorato, una regola non era più, per lui, che una regola: e non che non se ne affliggesse e vergognasse. "Ma un paese che brucia è soltanto un paese che brucia e una guerra soltanto una guerra, e cosi' terremoto e diluvio": i grandi flagelli "nessuno li chiama e non chiaman nessuno, e, oltre tutto, non san niente nemmeno di sè. Vengono e passano e amen". Cosi' ragionando, da un pezzo quel povero prete si riconosceva incapace di accogliere o d'affrontare "complicazioni o altre cose del genere". Non contento e non triste, affondava dentro un gran vuoto, con un irrimediabile senso d'inutilità. Finchè una sera, sul finire d'ottobre, tornando a casa, vide in fondo al canale, in lontananza, una vecchia, curva a lavare. "In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell'immobilità un poco tragica, l'unica cosa viva era lei. Si chinava, e mi pare anche a fatica, affondava gli stracci nell'acqua, li torceva e sbatteva su un sasso: poi li affondava, torceva e sbatteva, e via ancora cosi'. Né lentamente né in fretta, e senza mai alzare la testa. Mi fermai sopra il ciglio a guardarla..." Chi era ?
Fu cosi' che, ritrovandola sempre allo stesso posto e allo stesso lavoro, nel lividore di tanta monotonia, il prete, più che alla curiosità per quella figura sconosciuta, cedette all'incanto di quell'apparizione misteriosa. E il poco che riusci' a saperne, l'indusse nell'illusione di poter alleviare tanta solitudine. Ma non si mosse: resto' in attesa che la donna gli si rivolgesse per qualche occorrenza. Sapeva d'essere il solo, nel borgo, a poterla esaudire. Difatti accadde che la vecchia busso' alla sua porta e ruppe i silenzio. Ma con una domanda che a lui sembro' finta. Si puo', nella Chiesa, talvolta, in casi speciali, non badare alla regola? "Dov'è la giustizia, se no?". Costretto ad ammetterlo, il prete entro' in ansietà. A che mirava quella domanda? Invocava aiuto? Il curioso della storia è che, ogni giorno, il prete pensava di più alla vecchia e provava certi pudori, certi ritegni che non conosceva "da almeno trent'anni, e delicatezza da far quasi ridere". Ma non si decise a mettersi in cammino verso il tugurio della donna che quando seppe d'una lettera da lei recatagli e da lei subito ripresa. Era sua: doveva ridargliela. E intanto le tendeva la mano. "Per ogni domanda c'è sempre la risposta: tutto sta nel saperla cercare. E voi per adesso non dovete far altro che dir la vostra domanda." Silenzio. Impaccio. Timore. Poi, lentamente, la confessione. "Senza fare dispetto a nessuno, io chiedevo..." Non era un appello di vita. "Nella lettera c'era scritto se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po' prima.". Ma dove un altro, sotto il colpo, avrebbe trovato parole di nuovo e di suo, al povero prete non soccorsero che parole e parole e parole: tutte vecchie ed estranee. Cosi' provo' vergogna di sé e di tutte le parole del mondo. Né più s'oppose al silenzio in cui, sparita la vecchia, riprese ad affondare.

Orbene: essendo svolto in prima persona e affidato al suo stesso protagonista, questo "racconto lungo" è un lungo monologo che il prete pronunzia con tale bravura di alti e bassi, di chiari e scuri, di sorrisi e pianti, da imporcisi alla stregua di un attore, piacendo più per l'astuzia della recitazione che non per l'abbandono della narrazione. Nell'intreccio degli elementi realistici ed allegorici, esso è cosi' ben regolato che si tramuta in favola, la favola del vecchio prete e della vecchia donna che, nella tetraggine della loro solitaria esistenza, s'erano illusi di poter sottrarsi alla regola, di cui invece restavan prigionieri, discosti e muti. Le due figure son "giocate" in un'alternativa di romanzesco e di fiabesco (i fatti della vita e gli aspetti della natura), di psicologico e di pittorico (i viluppi del sentimento e i grumi del colore), di temerario e di rassegnato (far di due silenzi una voce sola, ma poi smarrire ogni parola; voler accorciare la monotonia d'una morte quotidiana, ma poi doverla sopportare fino all'ultimo istante): in questa alternativa, che lascia fortemente avvertire il controllo e la bravura dell'Autore le due figure perdono e ritrovano di continuo consistenza umana e coerenza poetica. Ma anche le figure minori sono evocate e si muovono dentro un alone di sortilegio. I pastori mappagati, le beghine impazienti, la perpetua insospettita, il sarto girovago, il chierico premuroso: appaiono e dispaiono a seconda degli accorgimenti scenici della vicenda. E, nel mostrarcele e nel nascondercele, l'Autore spiega la sua maestria. Cosi' pure quando avvolge in un'aria da tregenda scene come quella della vecchia che continua impassibile a spingere la carretta degli stracci e a tirarsi dietro la capra mentre i ragazzi, sbucati dal nascondiglio, l'attorniano e la sbeffano; o come quella in cui, al repentino echeggiare dei colpi di fucile, tutti corrono a cercare e raccogliere la farina abbandonata dai contrabbandieri. Da ultimo vien da ricordarle come un gioco di ombre.
E a rendere più spettrale quel bianco e quel freddo è il silenzio della luna, disteso come un sudario. Ogni rumore è soffocato, ogni suono trascorre e s'attenua come un lontano fruscio di erba e di acqua. "Mi sentivo solo dentro un gran vuoto come se ormai non potesse capitarmi più niente. Niente fino alla fine dei secoli": confesserà il prete, quando alla morte della donna sentirà che tutto è finito. E ben li' avrebbe potuto arrestare il suo monologo senza prolungarlo fino all'ulteriore domanda ("Tutto questo è piuttosto monotono, no?) che sa di sforzato perchè lascia prevalere quasi l'ironico commento dell'autore, e cosi' attenua l'emozione quando più avrebbe dovuto rafforzarla. E che dire della simmetria con la quale certe situazioni e certi episodi si presentano e si verificano al principio e alla fine? L'apparizione del prete giovane come pungente miraggio di libertà: il rito in morte d'una creatura come sola cerimonia dei suoi miseri giorni; il passaggio dei pastori e della mandrie al cader della lunga notte invernale come segno che la vita riprende; la confessione di stanchezza e di sfiducia dei due vecchi: nella d'imprevisto, nella di mutabile tra l'alfa e l'omega di quella gente diseredata, che vive e muore in quel borgo come in una tana di pietra e di ghiaccio.
Altri potrà osservare che abbiamo finito per addebitare al D'Arzo la sua stessa perizia. E' che a noi sembra di riscontrarvi un soprappiù di virtuosismo. Si badi, per esempio, al ritmo del racconto: esso vuol esser recitato a voce bassa, ma perchè non perda nulla della carica emotiva è rafforzato con una melodiosità troppo cantata. E spesso il prete parla in versi. Specialmente quando descrive. Ed è come se fosse consapevole di recitare una favola in versi, ambientandola in un paesaggio lunare e sollevandola in un'atmosfera rarefatta che tengono alcun poco delle visioni leonardesche: dove tutto è inciso, eppure tutto è come se tremasse per un suo segreto palpito, sicchè la loro diventa una realtà di sogno. Ma è nel congegno, nello scatto, nella fattura di quella perfezione che l'Autore non risulta abbastanza mago da operare senza apparire.
Fuori dubbio il racconto è tra i più egregi della giovane letteratura. L'incertezza sorge al momento di concludere se tuttavia ci si debba o no limitare a riconoscervi l'espressione di una nuova fase della ricerca artistica del D'Arzo, di una nuova prova della sua curiosità e capacità. Avendolo lasciato nel '42 autore di un racconto quale "All'insegna del Buon Corsiero" (da lui stesso giudicato "brutto, esteriore, pieno di compiacimenti letterari"), lo ritroviamo adesso autore di un tutt'altro tipo di racconto, quale "Casa d'altri". E dal divario, dato il persistere d'un certo compiacimento, deriva il sospetto che il D'Arzo, pur progredendo, non si stesse ancora cercando. Solo dalla prosecuzione del suo lavoro avremmo appreso se s'era o no già "trovato". Ma la morte ha stroncato quel lavoro. Percio' alla lode s'accompagna il rimpianto.

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