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Giorgio Luti, 1952

RICORDO DI SILVIO D'ARZO

Con la recente pubblicazione di un lungo racconto di Silvio D'Arzo, "Casa d'altri", (Sansoni 1953), la "Biblioteca di Paragone" ha dato di lui la migliore testiminianza, tracciando un ricordo durevole di chi troppo presto ha lasciato il proprio destino d'artista: niente più di questo racconto avrebbe potuto farcelo tornare davanti, niente avrebbe potuto unirlo a noi più di ogni sua pagina.
"Casa d'altri" è soltanto un lungo racconto; tuttavia è una prova narrativa che resta fondamentale poichè destinata a a caratterizzare estremamente una "situazione" interiore. Della vita di D'Arzo ben poco sappiamo; desumiamo qualche breve notizia dalla presentazione del volume.
"Nato il 6 febbraio 1920 a Reggio Emilia, Ezio Comparoni ivi' mori' il 30 gennaio 1952. Nel 1935, a quindici anni, pubblico' un volumetto presso l'editore Carabba, dal titolo "Maschere. Racconti di paese e di città". Nel 1938 scrisse in breve tempo, un mese o due un racconto dal titolo "All'insegna del buon corsiero", pubblicato quattro anni dopo, nel '42, con lo pseudonimo di Silvio D'Arzo. Su riviste (Paragone, Il Contemporaneo) pubblico' nel dopoguerra saggi su Conrad, Stevenson, James, Kipling, Maupassant. Scrisse anche, sempre con pseudonimi vari, libri per ragazzi. "Casa d'altri", che usci' per la prima volta nell'autunno del '52 sulla rivista"Botteghe Oscure", fu scritto durante la guerra e rielaborato nella forma attuale nel'48. Da ultimo egli stava lavorando a due romanzi, rimasti purtroppo soltanto come schemi, frammenti. Viveva solo con la madre: di carattere fu sempre riservatissimo,schivo, pudico delle cose sue. Raramente si mosse da Reggio Emilia; ando' una volta o due a Firenze, e una volta o due a Roma".
Breve, dunque, la storia letteraria ed umana, di Silvio D'Arzo, ma nonn tanto da non lasciare sulle pagine il segno della sua vocazione d'artista. D'Arzo ha fatto veramente parte della sua generazione, di essa ha conosciuto il problema, senza cercare per è una difesa: percio' ogni pagina porta chiusa in sè la sua lotta, una t r i s t e z z a che non è "letteratura", ma estrema sincerità. Cio' che conosciamo di lllui testimonia una'unica voce, una sola esigenza: il desiderio di scendere in fondo a noi stessi e a cio' che ci circonda, a penetrarne il significato. Per lui la conseguenza è stata una sola: una pena di sè, una coscienza spietata della propria vita e infine, come risultato estremo, una tristezza che si difende nel significato ed affonda nell'angoscia della propria storia: ("...Che niente si spenge cosi' presto, e senza lasciare meno tracce, che il rumore: se in quel rumore non si riescono ad intuire silenzi di generazioni e di decenni. Che se la penosa puntualità di uno sparuto "vice-vice" fuori ruolo, che uno sciopero, per quanto esteso sta letterariamente parlando, non sono che dei fatti falsi e gratuiti come tutti i fatti, se in quella puntualità e in quello sciopero non si farà apparire riflessa una lunga serie di giorni senza nome. Anno per anno tutta quanta una misera storia quotidiana. Perchè niente che non abbia una storia puo' essere vero. Solo i fantasmi non hanno storia e non sono fantasmi...". ("Henry James", Paragone, Dicembre 1950).
Apriamo un istante le pagine critiche di D'Arzo e vi troveremo cio' che abbiamo trovato al fondo della sua poesia (Ah, le nebbie d'autunno e un po' di grama luna impigliata al mio nido-noce...("Rimpianto", Botteghe Oscure, XI, 1953); in ugual modo riscopriamo i termini della sua narrativa, soprattutto sapere che la propria strada è senza salvezza e cio' nonostante ad essa aderire senza riserve: "...Perchè noi possiamo anche non amare noi stessi, ma non potremo mai non amare la nostra fanciullezza e tutto cio' che fanciullezza vuol dire...", "... quei nostri giorni e sensazioni, e colori e proporzioni e desideri e maschi rilievi e ingenuo amore di stragi e innocenti ferocie e ogni altro aspetto di questi nostri giorni...", "...soprattutto quando si è bambini malati e all'intorno non ci sono che le nere strade di una vecchia città..." ("L'isola di Tusitala" a proposito di Stevenson, Paragone, Giugno 1950).
D'Arzo rappresenta dunque un insegnamento, una guida a perseverare, a insistere in quella che puo' sembrare una battaglia perduta, un gioco inutile.
"Casa d'altri" non fa che documentare, su di un piano narrativo, la situazione interiore che D'Arzo indica nelle pagine critiche (volte sempre alla definizione di un pathos soggettivamente valido, più che ad una ricerca oggettivamente positiva): la storia non conta, una storia chiusa tra i monti, fatta di niente e di tutto; vale invece il senso disperato che ne sgorga, l'angoscia che ne è il fondo e ci dà il termine di quella che avrebbe potuto essere l'evoluzione futura: "...E tutti e due sapevamo benissimo che non ci saremmo parlati mai più, neanche più salutati incontrandoci, ma anche questo era meno di niente. E adesso era finita. Qualcosa era successo una volta e adesso era tutto finito...", "... C'è quassù una cert'ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri e i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia e poi viola e poi blu...allora mi vien sempre più da pensare che è ormai ora di preparare le valigie per me e senza chiasso partir verso casa...", "...Proprio l'ora, capite, che la tristezza di vivere sembra adi venir su insieme al buio e non sapete a chi darne la colpa..."
La prosa è, in queste pagine, straordinariamente matura; solidificata da uno stile sicuro (facile e difficile insieme, ripercorrerne la via, le tappe, il cammino interno); ravvivata e sorretta da quel tanto di illogico che ne fa qualcosa di sospeso tra la realtà e la finzione ("Che per trovare logica un'avventura occorre un alito d'illogicità". ("L'Isola di Tusitala"), aderente ad un paesaggio che segue ritmicamente il crescere del dolore e dell'ansia: "...Nel silenzio si sentiva il rumore dell'acqua e il crepitare di una frasca già morta e tutti quegl infiniti rumori che nessuno sa mai cosa siano e che sembrano venir su a poco a poco dal cuore stesso della notte e dei monti", "...Le nuvole mi venivano dietro, sempre dietro, come se qualcosa sapessero...", "...L'autunno era già in agonia. Di notte le siepi brinavano e la luna s'era fatta più fredda del sasso...". Cosi' D'Arzo ci ha lasciato di sè la memoria più valida, il ricordo della sua gioventù indissolubilmente legata alla sua pena.

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