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Giannino Degani, 1952

RICORDO DI SILVIO D'ARZO

EMILIA, giugno 1952, N.4

E' sulla riva di un lago l'immagine più viva che ho di lui.
La morte l'attendeva prossima. Ogni speranza era perduta.
Volevamo, noi amici, prolungargli il più possibile la poca vita che gli restava perchè potesse scrivere l'opera per la quale si era preparato.
L'avevo portato sulla cima di un monte che strapiomba con una parete su di un lago, perchè potesse lavorare tranquillo. Affacciandosi sull'orlo della parete, dall'alto, aveva visto l'azzurro lontano dell'acqua cosi' intenso da strappargli un grido di meraviglia.
Era felice della scelta che avevo fatto.
Ma subito il giorno dopo cominciò ad agitarsi non trovando a suo agio quella pensioone ove eravamo andati ad alloggiare. Rifiutava i cibi, trovava la camera sordida. Si addormentò nelle prime ore del mattino. Quando si svegliò mi disse che voleva tornare a casa. Non v'era possibilità di farlo subito. Gli dissi che se non gli piaceva quel posto saremmo discesi in qualche altro paese sulla riva o saremmo andati in quello che vedevamo sulla sponda opposta, un antico borghetto al piede di un castello.
Era una domenica. Passò tutto il giorno immobile su di una vecchia sedia a sdraio nella terrazza, guardando il lago ed i monti di fronte. Alla fine, riuscii a convincerlo a rimanere in quei luoghi ma continuava a rifiutare il cibo. Solo lo distrasse una numerosa tavolata di meridionali, parenti delle due sorelle che tenevano la pensione, unici ospiti, oltre noi due. I figli protestavano violentemente - una ragazza ed un ragazzetto - ad ogni portata ed i genitori urlavano, ma senza che le proteste da parte dei figli o le urla dei genitori cessassero, per modo che tutto appariva una abitudine quotidiana.
Quel luogo tra i monti era lontano dagli uomini e quella solitudine, come al di fuori del tempo aveva veramente qualche cosa di inquietante.
Il lunedi' discendemmo attraverso la gola del monte coperta di alberi, fra rocce e sotto archi di pietra, inseguiti dal frastuono assordante di un torrente.
Lo feci sedere su di una panchina, all'ombra di un gruppo di alberi in uno spiazzo della riva che si insinuava in quel punto nell'acqua.
Mi allontanai un poco per lasciarlo solo a riposare: la malattia lo aveva reso molto debole. Ora, solamente, riesco ad immaginare quale sforzo di volontà debba avere compiuto in quei giorni per muoversi come gli altri.
Lo vidi curvare il corpo in avanti e rimanere immobile in quella posizione, a guardare il lago. Era quello l'atteggiamento di chi è ormai lontano dalle cose ed è come, nello stesso tempo, fascinato da ciò che guarda. Io, discosto, mi muovevo e cercavo altri con cui parlare per colmare il tempo nell'attesa del battello, ma continuavo a sorvegliarlo.Gli avevo lasciato vicino un volumetto di "Massime " di Goethe. Non lo toccò, ormai occupato solamente al suo problema.
Il luogo diverso, la piazzetta, il piccolo porto ove scendemmo, lo distrassero un poco. Poi attese al tavolino di un piccolo caffè che gli trovassi una camera d'albergo. Gliela trovai con un balcone sulla piazzetta. Da qual momento scese poche volte nei brevi giorni che rimanemmo in quel luogo. Scriveva durante tutto il giorno e buona parte della notte. Quando scendeva rimaneva solo, dietro il tavolino del caffè che era sotto il balcone, o parlava con me del suo lavoro. Non mi disse precisamente che cosa scrivesse. Appresi soltanto che in quei giorni aveva risolto certi passaggi che gli erano stati difficili. Forse in conseguenza di un nostro colloquio.
L'opera che si accingeva a scrivere riguardava il nostro tempo e gli uomini nei loro rapporti. Già me ne aveva detto il concetto informatore: gli uomini di oggi si parlano, ma i loro linguaggi sono diversi. Per questo non si comprendono. Studiava, forse, in mezzo a noi che gli eravamo quotidianamante vicini, i caratteri, i comportamenti, le idee che gli avrebbero servito per l'opera. Era questo l'impegno al quale era giunto, da lontano. I suoi primi scritti erano ironicamente fantastici, appartenenti ad un mondo che la capacità prodigiosa del suo stile, rendeva magico.
Solo da qualche tempo aveva cominciato a guardare la realtà che gli stava dintorno.
La via per giungervi era stata lenta e dolorosa.
Soltanto al suo trentesimo anno cominciò a liberarsi dalle angoscie della giovinezza e si mise a vercare il suo stile d'artista ed a crearsi la sua moralità d'uomo.
Lo Stevenson della sua adolescenza, quello dell'"Isola del tesoro" che rende vera letterariamente una realtà leggendaria ed antica, l'avviò a scrittori che guardano con altro impegno alla realtà contemporanea a loro ed anche a noi: Conrad, T.L.Lawrence, Hemingway, scrittori fedeli alle loro emozioni ma che non rinunciavano a costuirsi un modulo dell'uomo ed a misurarlo con la nostra condizione.
Riconobbe nei personaggi di Conrad l'uomo che deve affrontare la vita con "mezzi del bisogno" e vide in T.L.Lawrence colui che è un poco "al di sopra del bisogno".
In questa problematica continuamente elusiva voleva fondare la propria stabilità d'artista e d'uomo. In tale sforzo eroico l'aiutava la moralità disincantata dei personaggi di Hemingway, i quali vivono l'ultima avventura romantica possibile. Dopo Hemingway scoperse Scott Fitzgerald che lo confermò in questa sua moralità.
Causa dell'impossibile identità fra sogno ed attuazione, riconosceva la crisi della società contemporanea, quale fu denunciata alla sua origine oltre cento anni fa.
Cosi' come gli scrittori che elesse a guida e compagni nella sua formazione, anch'egli fu un classico perchè come essi guardò a tutta la realtà, rifiutando quelle scelte che sono sempre un compromesso con una parte di essa o una elusione. Con che violenza insisteva sulla necessità di guardare e quindi d'esprimere la raltà integralmente !
Ma per far ciò, era necessario che i rapporti con gli uomini e con le cose divenissero diretti.
Era alle sue prime scoperte nel mondo della realtà, toccava già gli orli delle cose, aveva iniziati i primi colloqui con gli uomini, provava i primi orgogli di "scoprirsi uomo", quando la morte gli tolse tutto questo e con questo anche la ragione per cui si era preparato ed aveva avuto la forza di vincere le resistenze che erano nella sua natura e attorno a lui.
Non ho mai provato, vicino a qualsiasi altro l'impressione di un'intelligenza cosi' profonda come la sua. Ma la parola "profonda" non è esatta, perchè significherebbe soltanto che la sua era una intelligenza maggiore di quella degli altri. No, la sua era una intelligenza di un altro "ordine".
Forse fu il senso terribile della disgregazione del suo corpo che io avvertivo già che mi faceva apparire quella sua intelligenza di una allucinante potenza; ma penso, piuttoso, che egli l'avesse portata con sè, dalla nascita.
Sulla via del ritorno, parlavamo, scherzando, della morte che sarebbe potuta capitare ad uno di noi per qualche incidente. Egli ne parlava con un tono ironico e distaccato, quel tono che mantenne poi sempre verso di essa fino agli ultimi momenti.
Ma quella volta in lui non v'era ancora la coscienza che gli fosse cosi' prossima, perchè parlava di ritornare in quel luogo - e già aveva chiesto che gli fosse data la stessa camera - qualche tempo dopo per finire il lavoro.
Disse ciò che avrebbe scritto di me, come necrologio; sullo stesso tono scherzoso risposi che per lui avrei usato le parole degli annunzi dati dalla cronaca quotidiana. Dissi quelle parole comuni per vincere l'angoscia che avevo per la sua fine imminente.
Ora adempio a quella promessa con parole che ho cercato diverse. Ma so che la morte ha reso definitive anche quelle parole che io dissi per finta celia, definiteve ne ricordo di uno che ha vissuto ed ora non vive più.
Cosi' come la morte ha reso definitivo ciò che egli voleva provvisorio della sua opera; e di definitivo non c'è ora che la sua morte e soltanto la sua morte.

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