
Esistono anime all'apparenza leggere e incomparabilmente labili, che indugiano a mezz'aria per un breve giro di stagioni e passano tra noi senza strepito alcuno, con riserbo e pudore, sfiorando la scura, ruvida scorza delle cose senza rimanervi impigliate: troppo deboli e ombrose per lottare, presto si dissolvono chissà dove e ci accorgiamo di loro, dalla profonda, trasparente densità della loro sostanza, il più delle volte quando non ci sono più, per le tracce che ancora l'aria conserva.
Mi piace pensare che lo scrittore Silvio D'Arzo appartenga a questa ristretta schiera. Esseri cone Kafka, Leopardi o Stevenson, del tutto inermi e inadatti al vivere quotidiano, ma dotati di tale chiaroveggenza, di singolare e profonda conoscenza del mondo da non poterlo sopportare e per i quali la malattia del corpo altro non è stata che il naturale prolungamento, la metastasi prevista di una profonda e immedicabile piaga dell'animo.

Breve e appartata, per intero risolta nella letteratura, la vita di Silvio D'Arzo fu davvero e la sua scarna biografia potrebbe quasi essere riassunta in una frase tratta dal suo racconto più celebre, Casa d'altri: "Cosa fanno?...Bah. Vivono, ecco. Vivono e basta, mi pare. Vivono. E poi muoiono".
Ezio Comparoni (Silvio D'Arzo è uno dei tanti pseudonimi dietro i qualli si nascondeva) nacque a Reggio Emilia nel 1920 e li' visse quasi per intero i suoi brevi anni, sempre sull'orlo della totale indigenza, con pochi amici - i soli forse che tollerassero i suoi mutevoli umori e la sua ironia corrosiva - e con la madre.
Non amava viaggiare, non ne aveva necessità, perché i suoi itinerari più avvincenti stavano dentro i libri, di Stevenson, di Conrad, di Kipling, soprattutto, gli autori amati che il professor Comparoni negli anni della guerra leggeva ai suoi ragazzi.

Percepi' la realtà, almeno quella esterna alla letteratura, sempre un poco estranea a sé, come di chi si sente perennemente "a casa d'altri"; in anni in cui era imperdonabile non scegliere una parte con cui stare, volle essere uno "sbrancato, un cercatore d'ombre", come aveva detto di Lawrence; finché l'ombra lo avvolse del tutto e per sempre in un giorno di gennaio del 1952.
"Sui quarant'anni si creano per lo più i capolavori.." Aveva detto parlando di Kipling (i suoi bellissimi saggi sulla letteratura anglosassone sono raccolti in Contea inglese); non sapremo mai quali frutti avrebbero offerto alla letteratura del Novecento la sua precoce intelligenza e il suo talento artistico temprati "al fuoco calmo dei giorni" se la morte non fosse scesa cosi' in anticipo a scompaginare le carte.
Ma la sua pagina, ogni sua pagina, in fondo, anche la più elusiva e volatile, sembra ritagliata nella stoffa dolente di una nuda, disarmante sincerità e possiede il tratto di una rara tempestività d'artista, di chi, silenziosamente e senza dare nell'occhio, è sempre un po' avanti rispetto ai propri tempi, e compone con le sue opere una straordinaria mappa per la decifrazione del mondo e dell'animo umano, che sono poi la medesima cosa.
Soffermiamoci in rapida sintesi almeno su alcuni momenti della produzione d'arziana, i punti fermi della critica, quel non molto che la risacca degli anni e dei naufragi ha abbandonato sulla battigia. All'insegna del buon corsiero, anzi tutto. Un racconto lungo pubblicato nel 1942 e ambientato in uno spazio e in un tempo vaghi e un poco fiabeschi, ma che è lecito identificare col dolce e trascolorante orizzonte veneto sul finire del Settecento.

Il buon corsiero è una locanda, un poco goldoniana, un poco dalla parte di Stevenson o dell'incantevole Circolo Pickwick di Dickens, dove si avvicendano uomini e donne, diavoli e angeli: tutti plasmati della stessa sostanza azzurrognola di cui son fatti i sogni. L'aria di incanto che accompagna il sottile merletto della trama e l'avvolge nella cadenza ampia di un balletto è un poco quella di quando, appena svegli, ci si rammenta di un vago sogno, che ancora ci impregna di dolcezza e lieve sgomento, e si rapprende sulla pagina in un tenue sorriso, che accompagna e sottolinea la consapevolezza della fugacità del reale: "Una sera limpida e casta andava prendendo già le cose e in quel presagio di luna larga e verde, le siepi, i faggi ai margini del fosso, e, al di là della campagna non ancora cupa del tutto, i primi colli risaltavano ora in una netta seppure morbida, evidenza. Gli stessi suoni e radi rumori della sera, come passi d'uomo sopra le foglie della strada e da certe ville o locande in lontananza il tintinnio breve di qualche campanello, assumevano in quel sereno quasi luminoso una loro inconsueta limpidezza".
Lo stesso clima di inquieta attesa, in cui il reale sfuma e si materializza quasi, il medesimo soffiare leggero sulle cose per provocarne una presagita epifania (certo più leopardiana che alla maniera di d'Annunzio) che trova luogo di preferenza nell'aria sospesa e malinconica della sera, è anche di due racconti che fanno da cornice al più celebre Casa d'altri, Una storia cosi' e Fine di Mirco. Ecco un brano tratto dal primo: "Poi tutto fu senz'altro uguale a prima. Le onde continuarono a scorrere come fossero sempre le stesse: gli alberi alti e fermi come prima, percorsi dal fresco fruscio di sempre. Solo il cielo cominciava dolcemente a cambiarsi, perché la falce della luna spuntava già vergine e calma, facendo pensare a cose strane e lontane. Di nuovo c'era solo la luna." Come si vede, una scrittura leggera, limpida, talvolta sull'orlo scivoloso della prosa d'arte ma sempre riscattata dalla sincerità dell'uomo e dell'artista e perennemente spiazzante, personalissima, "fra Cronaca e Arcadia", per usare una sua formula.

Cio' emerge anche dai racconti diciamo cosi' più "realistici", come il già citato Casa d'altri oppure L'aria della sera. La lingua magari assume maggior concretezza smorzando l'onda lirica con il filtro dell'inserzione di un registro basso, sottilmente ironico, ma cio' che non muta è quella sospensione ansiosa e un poco dissonante, la tensione enigmatica che non si scioglie mai del tutto, perché i fatti e le situazioni sono più allusi che esibiti e le tante domande non trovano risposta. Un po' come in certe pagine di James, in cui alla fine di ogni percorso narrativo non c'è l'attesa rivelazione e il mistero resta chiuso nella sua banalità metafisica di pura astrazione, comunque irrecuperabile. E poi c'è ancora la sera, che cala come un sudario su paesaggi scabri ed essenziali, sugli umiliati e offesi dall'esistenza e sulla loro "malinconia sepolta".

"C'è quassù una cert'ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari li' giù fino al borgo. Le capre s'affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. Allora mi viene sempre di più da pensare ch'è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d'avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?" E ancora: "Poi arrivo' quella sera. Era buio e già c'era la luna (...) nel silenzio si sentiva il rumore dell'acqua e il crepitar di una frasca già morta, e tutti quegli infiniti rumori che nessuno sa mai cosa siano e che sembrano venir su a poco a poco dal cuore stesso della notte e dei monti".

Anche queste poche citazioni contribuiscono, credo, a restituire la misura esatta dello spessore artistico di Silvio D'Arzo, autore tuttavia ancora di pochi lettori, figura sempre un poco marginale proprio per la difficoltà di catalogazione e perennemente in attesa di un rilancio in grande stile, che tarda ad arrivare, come la primavera in una vecchia canzone di Battiato. Eppure D'Arzo aveva suscitato l'interesse di letterati del calibro di Cecchi, Montale, Bertolucci, Bassani, per citare soltanto i più celebri. Insomma, il silenzio da lui stesso invocato non è mai stato spezzato completamente.
Chissà, forse nell'imminenza della data del cinquantesimo anniversario della morte dell'autore di "Casa d'altri" si assisterà davvero al completo scioglimento della neve dell'inverno.
"If Winter comes, can Spring be far behind ?" aveva detto, molte stagioni fa, uno dei più immaginativi e aerei bardi di un'altra, non meno verde, contea inglese.
Fabrizio Azzali (docente dell'Istituto D'Arzo)
